Non è il primo, Emiliano El Chivo, mente e corpo de Il Capro, ad aver percorso il tracciato artistico che, dalle sponde più estreme del metal, conduce a forme espressive più compassate e meditabonde. 

Zothiriana suggestiona l’ascoltatore fin dalla copertina, “Il sabba delle streghe” di Goya. Evoca i trascorsi oscuri di Angel Witch, Witchfynde, Witchfinder General, ed il suono, crudo, scarnificato di queste dieci cantiche (più intro e traccia fantasma) richiama l’attenzione dell’ascoltatore sul contenuto più che sulla forma. El Chivo verseggia con tono deciso, s’appropria di ogni strumento a parte il basso, reclama un seggio nell’assise del doom italico, che mostra di meritare. Zothiriana racchiude fra le pieghe del suo mantello alcuni episodi davvero rimarchevoli, come “All the colours of the dark” (ove si staglia l’ombra dei Saint Vitus), e “Taurinia” che esibisce un suono compatto alleggerito a tratti dall’opportuno ingresso delle tastiere, le quali aggiungono all’impasto la componente gotica (predominante in “In goat we trust…”). E che dire di “The golden daemon”, figlia di una concezione antica del doom, oggi sovente sacrificata sull’altare dell’effetto? Una formula che attinge anche dalla lezione dei Bathory, l’intransigenza inalberata come vessillo di un’integrità inappellabile. E’ la title-track a richiamare, come da ruolo che le spetta di diritto, il valore di quest’opera, quanto mai necessaria, impregnata di spartano rigore, affidando alla cadenza mortifera di “Hands of destiny” il compito di serrare i rugginosi cancelli (ma abbiate pazienza e lasciate scorrete il Tempo fino alla fine).