La perfetta sintonia creatasi tra Jennie-Ann Smith e Marcus Jidell, compagni nella vita prima che nell’Arte, è uno degli elementi che fanno del quinto disco di studio degli Avatarium uno snodo fondamentale per l’evoluzione futura del concetto stesso di doom, il quale fornisce il terreno di coltura ove si sviluppano quelle idee che si riveleranno fondamentali per lo sviluppo dell’opera intiera. Death, where is your sting si appropria del rigore formale (“God is silent”) dal quale evidentemente deriva; i suoi canoni stilistici (almeno quelli di più recente istituzione) non vengono però applicati in toto dal complesso svedese che si approccia alla composizione facendo proprio lo spirito, curioso ed attento a soluzioni innovative, delle grandi band degli anni settanta. Tanto che all’ascoltatore più smaliziato non sfuggirà la presenza, nel variegato corpo di ognuna delle tracce che formano il disco, di componenti tratti da generi apparentemente inconciliabili, vedasi il ricorso a melodie pompose, da vera e propria arena. Un metodo che trova espressione magnifica in episodi dal forte impatto emotivo (l’elegiaca “Psalm for the living”), ovvero in “Mother can you hear me now”, ove l’apparato lirico (mai così profondo, per la prima volta la Smith si è occupata in prima persona dei testi) si appoggia su un tappeto strumentale ricco di sfumature, d’intrecci eleganti, d’un ordito intessuto da strumentisti in evidente stato di grazia, i quali impegnano tutte le loro doti in uno sforzo creativo che trova sublimazione nella lunga coda strumentale. A tal punto soverchiante che il quintetto sente la necessità di liberare gli ardori, la tensione accumulata nella sostenuta “Nocturne”, vero e proprio manifesto doom, oscura e potente cavalcata. La title-track veste di nero i Fleetwood Mac, le ombre che s’allungano mentre il sole della vita cala lento sull’orizzonte, lasciando che sia la notte ad impossessarsi dell’anima, “Stockholm” lascia che l’inizio iroso trovi suo sfogo, stemperando il furore e trasformandosi in una immaginifica, tragica ballata percorsa da brividi autunnali, riprendendo poi vigore in un cangiare reiterato d’emozioni, le corde vibranti che introducono “A love like ours” strappano brandelli di turbamento affidandoli ad un complesso che si dimostra pronto ad affrontare l’impresa. Al capo opposto, “Transcendent” che sigilla il disco, è un enigmatico strumentale che gioca tra chiari e scuri. Come è la Vita, d’altronde. La quiete che precede la procella, il turbamento che anticipa il dramma, ed ancora il violino a levare nell’aere tempestoso il suo lamento.  

Ecco la netta cesura che Death, where is your sting opera tra il bello e lo sgraziato, tra ciò che conserveremo e ciò che invece getteremo via. Perché si rende quanto mai necessaria, e tutti noi ne siamo ben coscienti, operare delle scelte, nette, decise. Death, where is your sting sarà fra quelli che verranno ricordati. Splendido.   

 

Jennie-Ann Smith (Vocals) – Marcus Jidell (Guitars) – Andreas Habo Johansson (Drums & Percussion) – Mats Rydström (Bass) – Daniel Karlsson (Keyboards)