I Simple Minds sono al loro diciannovesimo album in studio e hanno ancora molto da dire e da dare: è quindi una soddisfazione parlare di Direction of the Heart che, come accade per i lavori di tutti i gruppi che hanno segnato la storia della musica, sta facendo discutere, in un senso e nell’altro. Uscito da pochissimo, il disco è stato registrato in Germania benchè, come si è sentito, la maggior parte delle tracce sia stata concepita in Sicilia, con cui sia i due fondatori della band mantengono stretti e proficui legami: anche i Simple Minds, del resto, hanno subito, come l’intero mondo musicale, le conseguenze del Covid che li hanno costretti, per quanto riguarda Direction of the Heart a scelte insolite, ma il risultato è oggi sotto i nostri occhi. Vi sono nove pezzi (due in più nella deluxe edition) di synthpop di grandissima eleganza, definiti dalle inconfondibili, sognanti tastiere sulle quali emerge la voce di Jim Kerr che… si, è un po’ cambiata da quella dei lavori giovanili, ma non per questo meno ricca di personalità. Si percepisce, in ogni dettaglio, la sicurezza di un mestiere e, al tempo stesso, la volontà di essere completamente liberi e obbedire a una sola indicazione: il piacere di creare e suonare insieme, ancora adesso, dopo più di quarant’anni. Direction of the Heart non soltanto non ci ha deluso ma, a nostro avviso, è da annoverare fra gli album migliori della fase recente della carriera dei Simple Minds. Partiamo dall’opener “Vision Thing”, brano bellissimo che sa trasformare il dolore per la perdita del padre di Jim Kerr, nel 2019, in un motivo lieve, quasi aereo, scandito da una ritmica spumeggiante e da ariose sonorità ‘sintetiche’: il tutto non cela la malinconia di fondo, ma la fa diventare l’ingrediente di una splendida, armoniosa struttura. Subito dopo, altro singolo pregnante, “First You Jump”, ove la tensione si stempera in note luminose, pur inclinando maggiormente a un andamento rock animato dalla batteria impetuosa, mentre in “Human Traffic”, che vanta il contributo del frontman degli Sparks Russell Mael, è pop il mood prevalente anche se in una forma decisamente ‘vintage’, quasi volutamente ‘fuori moda’. “Who Killed Truth”, poi, sposa nuovamente canoni rock del passato ma utilizzandoli con insuperabile classe – e che dire di una chitarra così? – e “Solstice Kiss”, da un contesto delicato con vaghe sfumature ‘orientaleggianti’ approda a un arrangiamento di vera ‘sostanza’, arricchito – ancora una volta – da una chitarra da urlo, mentre “Act of Love”, la cui stesura risale al 1978, vuole fondamentalmente incarnare lo spirito di una band leggendaria, ma in vesti più moderne e disinvolte; “Natural” si attesta su uno stile pop alquanto disimpegnato ma comunque di innegabile ricercatezza. Troviamo quindi “Planet Zero” – musica di Burchill – dalla struttura estremamente composita e, forse, un po’ ‘barocca’, dove il canto di Kerr, però, è davvero magico, mentre infine “The Walls Came Down”, cover del brano dei Call del 1983, è riproposta in una versione rinnovata ma con grande rispetto per l’originale, di cui viene conservata tutta l’energia e moltiplicata l’intensità mediante una tessitura elettronica mirabile. Le due tracce bonus della deluxe edition sono, come si diceva, la title track, apprezzabile pezzo elettronico di una certa complessità, e la notevole “Wondertimes”, in cui la chitarra di Burchill e la voce di Jim Kerr ci sorprendono di nuovo, lasciandoci pienamente soddisfatti e, soprattutto, grati per il godimento che, dopo tanti anni, sanno ancora procurarci.