Heilung in Milan: A Contemporary Kenningar

Heilung a Milano, foto di Mircalla

Quando Mircalla mi ha messo sulla strada degli Heilung la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: il neofolk boh. Non starò qui a dilungarmi sul fastidio – ma anche l’attrazione perversa – che provo nei confronti di certi recuperi tradizionalisti nel senso, per me, deleterio del termine perché questa è una delle mie solite non-recensioni e non un pamphlet polemico. 

Sì, anche questa volta  scrivo un pezzo che parla della mia esperienza all’Alcatraz, Milano, il 9 dicembre 2022 insieme a Mircalla, opening by Lili Refrain e Eivør. Una non-recensione, quindi nulla di tecnico, musicalmente parlando. Per quello dovrei vantare competenze che non ho. 

Heilung a Milano, foto di Mircalla

Apro il flusso del racconto con una scena: se sei al guardaroba e ci sono maschioni Vikings e donzelle Midsommar capisci che l’immaginario che sta per scatenarsi ha una valenza ben definita. Ma va bene, perché dopo anni di carestia io per prima avevo bisogno di ululare come un Úlfheðinn prima della battaglia e, al pari mio, tre quarti del pubblico. Ragazzi, non è un mistero: più si è schiacciati, più il sangue ribolle e la reazione è intensa. Tuttavia, è una reazione, do not forget it, altrimenti il rito di guarigione non funzionerà 😉

Heilung a Milano, foto di Mircalla

Heilung (i.e.“Guarigione”) non sono una band quanto, piuttosto, una tribù in scala e, quindi, una metafora.

La leggenda vuole che il nucleo sia composto da un cantante tatuatore e da un produttore musicale appassionato di poesia – un mix esplosivo – cosa che calza a pennello con la definizione che essi stessi danno del proprio lavoro, ovvero di una “storia amplificata del Medioevo del nord Europa”, così attuale, in questi tempi sanguinari, specialmente se unita a un apparato rituale antichissimo, strumenti compresi, risalente addirittura all’Età del Bronzo e all’Era Vikinga.

Ai due, tedesco il primo, danese il secondo, si aggiunge quasi subito l’elemento norvegese, Maria Franz, colei che indossa le corna di cervo e picchietta davanti al microfono ossa di ignota e inquietante natura.

Heilung a Milano, foto di Mircalla

Il concerto inizia con una vera e propria cerimonia: un uomo entra in scena con una sorta di bruciatore per incensi dal quale escono effluvi di erbe dal profumo acre, segno che il rito e il racconto di un’antica favola stanno per incominciare.

Noi sotto il palco veniamo proiettati in uno scenario nel quale dominano lo sciamano coperto di pelliccia, i suonatori di tamburo, gli uomini armati di scudo e lancia, la sacerdotessa, le fanciulle guerriere e una foresta, alle spalle, che collega il respiro a un’arcaica epifania.

Heilung a Milano, foto di Mircalla

L’invocazione  di “In Maidjan” (“Corrompere”) – perché di questo si tratta, un’invocazione – è rivolta a Odino. Il Maestro delle Rune chiama il dio affinché sia di aiuto in battaglia ma la metafora di questa storia “amplificata”, di questo “viaggio magico”, ci porta al momento della nascita, all’entrata in questo mondo e, quindi, al momento della “discesa”, quando l’essere si incarna e ha bisogno di un alleato divino per sopportare l’imminente alternanza di gioie e dolori.

Perciò “Alfadhirhaiti” (“Il Padre degli Dei”), secondo canto nella setlist di Milano, elenca gli attributi di Odino. È il prosieguo naturale dell’invocazione, quando per ingraziarsi il dio si citano tutti i suoi poteri e i suoi ambiti di dominio in modo da ottenere la sua protezione. Non a caso, infatti, il terzo pezzo si intitola “Asja”, che in antico norreno dovrebbe voler dire proprio “Protezione”.

Qui entrambe le voci, maschile e femminile, raccontano di come la speranza di un ritorno allo stato di salute, intesa come condizione precedente alla caduta nella materia corruttibile, trovi il proprio significato nell’amore:

 

“Protezione, gioia, guarigione

Quando l’amore è presente il danno viene sanato

Protezione, gioia da raggiungere

E tu ci credi”

 

L’ultimo verso è una chiave interpretativa: “e tu ci credi”. Il desiderio di affrancarsi dal dolore è così forte che siamo disposti a credere che l’amore possa davvero riportarci indietro. Ma se l’arco è teso, la freccia volerà in avanti, e questo è il senso della spinta umana alla ricerca della felicità.

Allora non è nemmeno un caso che il canto successivo sia “Krigsgaldr” (“Canto di Guerra”) e parli di coesistenza, conflitto, della necessità di difendere dall’aggressione se stessi e coloro che si amano; un canto che parla di distruzione e rigenerazione:

 

“Cosa credevo di fare

parlandoti di pace se

tu comprendi solo il linguaggio della spada?”

 

“Cosa credevo di fare?” Illusione e disillusione. Il cosiddetto amore non ha sanato un bel niente, anzi, ha aperto un abisso di incomprensione.

Heilung a Milano, foto di Mircalla

“Hakkerskaldyr”, che è un vero e proprio grido di battaglia di cui molti versi sono presi da un’antica iscrizione runica che può essere interpretata come: “spezzare, violare lo scudo del nemico” e “Svanrand”, “Lo scudo del cigno”, quando lo scontro prende corpo, diventano quanto mai reali per tutti noi.

Le protagoniste del secondo canto sono le valchirie, le divinità femminili che accompagnano i guerrieri sul campo di battaglia e nel Valhalla.

Inizia la fase della distruzione. Vediamo i nostri sogni andare in frantumi come uno scudo spezzato (dalla violenza della vita) e abbiamo due sole scelte: arrenderci o continuare a combattere fino alla “morte”, fino al passaggio a un’altra vita.

La trasformazione, il passaggio, comportano un’acquisizione di conoscenza. Infatti, “Norupo” è una lettura delle rune. Ogni coppia di versi prelude al proprio contrario o al compimento di un evento, il che, poeticamente, rimanda a un ordine di sapienza sovrannaturale, prerogativa di Odino. “Norupo” è il preludio di un sacrificio. Il tuo.

Heilung a Milano, foto di Mircalla

La presenza del linguaggio poetico mutuato dalla cultura nordeuropea per cui un feroce guerriero – com’erano Berserkir e Ulfhednar, i guerrieri-belva (orso o lupo) presenti nelle saghe – doveva essere, al contempo, esperto di poesia e musica (il riferimento alla cavalleria medievale e all’amor cortese fatelo voi…) è il centro della performance degli Heilung. D’altra parte, lo scopo del testo dell’Edda in prosa era quello di preservare la conoscenza e l’arte degli scaldi, i poeti che nelle loro composizioni utilizzavano le kenningar e cioè delle metafore o perifrasi con precisi riferimenti alla mitologia.

Heilung a Milano, foto di Mircalla

In “Othan” (“Odino”) la metafora poetica che ho creduto di cogliere origina da due numeri: l’undici e il cinque.

 

“L’undicesima riconosco

se c’è bisogno che io conduca

i miei amati amici in battaglia”

 

L’undicesima runa è Isa, legata alla malinconia e all’ultimo stadio del disfacimento di ciò che si pensava di essere: un destriero lanciato al galoppo verso la perdita totale del senso.

Isa è la runa del ghiaccio, della morte, della stasi. Isa significa separazione, spartiacque fra un prima e un dopo. Ciò che più non c’è lascia un vuoto. Isa obbliga alla riflessione, simboleggia un periodo di transizione, solitudine e meditazione.

 

“La quinta riconosco

se vedo da lontano

una freccia volare verso la mia gente

Non vola così rapida

che io non possa fermarla

Se mai i miei occhi potessero vedere”

 

La quinta runa è Reido, il viaggio, la strada, la partenza per un nuovo ciclo dell’esistenza. Pare che da essa derivino la parola “road”, strada, e il verbo “to ride”, cavalcare. Qui la metafora ritorna al movimento: la freccia è scoccata, l’esistenza si protende di nuovo in avanti. Dopo la stasi di Isa, Reido è la giusta via, la corretta valutazione quando le cose rispondono a un giusto ordine. Reido è una nuova possibilità.

Heilung a Milano, foto di Mircalla

“Traust” (“Fiducia”), “Anoana” e “Galgaldr” sono canti di rinascita e liberazione; in “Elddansurin” (“La danzatrice del fuoco”) arriva la purificazione; “Hamrer Hyppier” conduce alla visione dell’appeso (qui è presente di nuovo Odino), di colui che, da un punto di vista completamente capovolto, scorge la realtà (e il suo inganno) per com’è:

 

“Ossa alle ossa,

sangue al sangue,

articolazioni alle articolazioni

che possano essere riuniti”

 

Cosa siamo, in questo mondo, se non un corpo? Cosa siamo se non alberi della foresta?

Heilung a Milano, foto di Mircalla

Ed è così che giunge la fine di questa fantasmagoria umana: una cerimonia di chiusura con l’uomo delle erbe e la tribù riunita a ringraziare il dio che l’ha risanata, prima che l’ultima lanterna si spenga e torni nuovamente il buio.

Heilung a Milano, foto di Mircalla

 

SETLIST

1) Opening Ceremony
2) In Maidjan
3) Alfadhirhaiti
4) Asja
5) Krigsgaldr
6) Hakkerskaldyr
7) Svanrand
8) Norupo
9) Othan
10) Traust
11) Anoana
12) Galgaldr
13) Elddansurin
14) Hamrer Hippyer
15) Closing Ceremony

 

LINE-UP

Kai Uwe Faust

Christopher Juul

Maria Franz

Heilung a Milano, foto di Mircalla

Lady Vardalek:
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