Metallo che stride, feedback, dissonanze, drumming ipnotico, campionamenti, grida: negazione della melodia ma allo stesso tempo linee vocali intense e affascinanti. Questa è la musica dei Kollaps. I paragoni soliti sono con gli Einstürzende Neubauten – e il nome Kollaps d’altra parte non sarà stato scelto a caso – o con i primi Swans, cosa che nei brani più lenti, con il basso in evidenza, ci può anche stare. Anche i fan di Trepaneringsritualen troveranno più di un motivo di interesse in questo album. Ma allo stesso tempo la performance vocale di Wade Black ha un’intensità speciale, che a me ha anche ricordato il giovane Nick Cave al tempo dei Birthday Party.

Tutte queste citazioni farebbero pensare alla presenza di un gruppo-clone: tutt’altro che così. È la difficoltà ad incasellare la musica del gruppo che fa sparare questi nomi un po’ a caso. In realtà i Kollaps sono un unicum, probabilmente la più bella novità in campo post-industrial/noise degli ultimi anni.

Questo è il loro terzo album, dopo l’eccellente Mechanical Christ, non a caso finito nella mia playlist 2019, e Sibling Lovers del 2017, che seguiva l’ep di debutto Heartworm, uscito in cassetta e digitale nel 2015. È il primo registrato in Europa da quella che è l’incarnazione attuale dei Kollaps dal vivo, con il fondatore e leader Wade Black e gli italiani Andrea Collaro e Giorgio Salmoiraghi rispettivamente al basso e alle percussioni.

Se dal vivo il gruppo usa pesantemente delle basi campionate, l’album suona invece terribilmente “analogico”, con suoni metallici, strumenti “veri” e un approccio “concreto” che li rimanda direttamente alla musica industrial dei primi anni ‘80. Però i Kollaps suonano tutt’altro che retrò, ma anzi sembrano ben radicati nel nostro presente e gettano uno sguardo ad un futuro prossimo sempre più tetro.

C’è anche spazio per una (murder) ballad in questo album: la title-track con una chitarra acustica che suona lontana e la voce da crooner di Wade Black appena trattata dagli effetti, per un’intensa e ambigua dichiarazione d’amore.

I testi sono stati assemblati con la tecnica del cut-up, in omaggio a William Burroughs, per rappresentare momenti di vita estrema, storie di religione, violenza e dipendenza, da sostanze o da persone che siano.

Poco più di 30 minuti per un album che finirà dritto dritto nella mia playlist di fine anno.