La produzione (forse troppo eccessiva) di Rome non sembra avere fine: Jerome Reuter prosegue, con grande dedizione e impegno, il suo percorso etico ed estetico in cui ha saputo sempre mantenere, a dispetto della poderosa quantità (è arrivato al diciassettesimo album), anche una costante qualità. Questo nuovo Hegemonikon (un termine che per gli Stoici simboleggiava la parte dell’anima più importante, in sostanza il principio che deve essere “egemone” sui sensi) si caratterizza per un approccio musicale diverso rispetto a Le ceneri di Heliodoro e The Lone Furrow. In effetti è evidente, come in questo caso, siano le mai nascoste influenze new wave e synth ad essere prevalenti. Le sonorità dei sintetizzatori non sono mai state in primo piano come in questo lavoro. Le ambientazioni oscure e brumose e la voce inconfondibile di Jerome Reuter rendono l’album in ogni caso riconoscibile come un disco di Rome. Dopo la breve introduzione atmosferica di “A Slaughter of Crows” la successiva “No Second Troy” è una traccia synth-pop piuttosto coinvolgente anche se un po’ di maniera. “Icarus Rex” è più cupa (a mio avviso uno dei momenti migliori), caratterizzata da una tensione sotterranea e da un testo molto decadente in cui il nostro invoca la presenza di nuovo Icaro per far volare nuovamente le aquile. La successiva “Surely Ash” è decisamente più leggera con le parti elettroniche in grande evidenza. “On The Slopes Of Mountain Malamatiyah” è un breve frammento recitato mentre “Walking The Atlal” è una canzone dal tono dimesso con la voce accompagnata dai synth. Con “Hearts Mend” ci avventuriamo invece in territori molto vicini a certo synth-pop di successo. Al contrario con “Solar Caesar” (introdotta dal recitato di “The Ripping Of The Veil”) ritroviamo il classico sound marziale di Rome in quella che risulta una ballata epica ed efficace. “Stone Of Light/Mar de Glace” è un altro intermezzo atmosferico con un testo improntato a una simbologia solare. La conclusiva “New Flags” è indubbiamente un bel brano che si ben si amalgama al “mood” generale. In definitiva in “Hegemonikon” troviamo Rome sempre sul pezzo anche se, personalmente, non ho gradito la deriva in parte troppo synth-pop di questo disco. Credo comunque che i suoi fan apprezzeranno. Personalmente lo aspetto con un nuovo disco del livello di Le ceneri di Heliodoro.