All’inizio del nuovo anno vogliamo colmare una delle nostre ‘lacune’ del 2022: alcuni mesi fa, è uscito infatti Mana, il lavoro della musicista romana Lili Refrain, menzionato anche da qualche redattore di Ver Sacrum nella recente playlist. Sarà forse perché la bravissima Lili, in attività fin dal 2007, aveva in precedenza rilasciato soltanto quattro dischi o semplicemente per la complessità delle sue scelte stilistiche, improntate a libertà massima e all’utilizzo dei generi più svariati, sta di fatto che la sua musica, nonostante i molti elogi ricevuti, è rimasta di nicchia, mentre meriterebbe una diffusione assai maggiore: non è un caso che persino gli Heilung siano rimasti colpiti dal suo talento, tanto da volerla come supporto nel tour ancora in corso e la circostanza ha di certo contribuito a farla conoscere meglio. Non è facile raccontare cosa faccia Lili Refrain. Prima di tutto la sua arte è estremamente dinamica: nota principalmente come chitarrista – ha alle spalle, infatti, numerose valide collaborazioni – non nasconde la sua inclinazione sperimentale e proprio in Mana, ha lasciato più spazio a percussioni e synth, preferendo sonorità di natura tribale e rituale che conferiscono all’album un fascino irresistibile. Ma vediamo di cosa si tratta: la breve “Ki”, il cui titolo è ispirato a uno dei principi dell’‘aikido’ giapponese, apre in mood ‘spiritualeggiante’, con criptici cori dal sapore etnico – a me personalmente hanno ricordato certi passaggi di Kenji Kawai – abbinati a una tessitura ‘sintetica’ di grande efficacia, mentre la ritmica tribale crea sfumature oscure e ipnotiche. “Kokyu”, che segue senza soluzione di continuità, rimane in ambito orientale, delineando visioni oniriche ma al tempo stesso cariche di tensione anche e soprattutto per l’uso decisamente icastico di toni vocali davvero originali e “Eikyou”, inquietante nella sua ripetitività primordiale e arcaica, evoca cerimoniali pagani misteriosi quanto coinvolgenti. Poi, “Ichor” trasferisce fin dal titolo lo scenario nell’antica Grecia: compaiono campanelli, percussioni secche e minacciose e un sinistro ‘tappeto’ elettronico, con la voce che si eleva in una sorta di mistica preghiera; “Sangoma”, che prolunga la formula del brano precedente, vi aggiunge tonalità vocali primitive, a volte quasi selvagge, a volte invece struggenti e si percepisce che l’ispirazione sta ‘virando’ verso la cultura africana, come conferma la successiva “Mami Wata”, forse la traccia più complessa, con ‘intrecci’ e sovrapposizioni di canto che, con la consueta ritmica tribale, richiamano arcani riti magici. Sempre in ambito sacro si colloca poi “Ahi Tapu”, forse uno dei brani più oscuri e spettrali, mentre in “Travellers”, dopo l’apertura ‘ cinematica’ e i vocalizzi allucinati, si evidenzia un’inattesa chitarra che conferisce al pezzo una gradevole tinta rock; infine, “Earthling”, ricollegandosi idealmente all’inizio, conclude in modalità corale e con una prestazione vocale straordinaria un album bello e ricchissimo di suggestioni.