Correva l’anno 1988; un manipolo di intraprendenti e sfrontati cronisti affiliati a Radio Onde Furlane, opportunamente fiancheggiati dall’Ufficiale di collegamento Professore Katan, salì a Tarcento, ove si esibirono Dominic Appleton ed il suo complesso, dall’evocativo nome Breathless. 

Freschi delle glorie underground di “The glass bead time” e di ”Three times and waving”. Appleton per i titoli ha da sempre mostrato di possedere grande gusto, pure per le melodie, un po’ meno, necessaria evidenza, per la tenuta complessiva dei suoi lavori. Nel 2022, mi muovo un po’ in ritardo, ma il Tempo è una variabile relativa, non lasciamoci travolgere dalle urgenze che fa male alla salute, gli inglesi danno alle stampe il loro ottavo albo, See those Colous fly, sempre per Tenor Vossa, la loro home-label, sempre con Ari Neufeld e Gary Mundy e nel nome del rarefatto dream-pop pastorale. Ancora l’Italia, pare che l’intenzione di concepire un nuovo disco sia emersa al rientro da alcune date svoltesi nel nostro Paese, e con il batterista titolare (e quarto membro fondatore), Tristram Latimer Sayer forzatamente in disparte essendo stato coinvolto in un incidente automobilistico assai grave. Ironia, egli co-firma il singolo “We should go driving”, uno dei più vivaci, e drum-oriented, dei nove che formano la scaletta di See those colours fly. I tre superstiti (pare che ora Sayer si sia ripreso) si sono assunti così l’impegno gravoso di portare a compimento l’opera, la quale forse proprio causa questa contingenza riporta qualche variazione al tema dreamy che informa la loro produzione passata. Anche l’intervento del novaiorchese Kramer, il quale ha collaborato con Low e Galaxi 5oo fra gli altri, certamente ha contribuito a rinnovare parzialmente il guardaroba di Appleton e sodali, con la risultante che al termine dell’ascolto residua sì una sensazione di indeterminatezza (ma è un marchio del genere al quale essi s’affiliano), mitigata dalla qualità indiscutibile, e dalla grande cura, di queste canzoni. Con “The city never sleeps” che nel suo lento e cogitabondo incedere illustra magnificamente quanto il titolo lascia presupporre. Ecco, la bravura dei Breathless, quella capacità innata di descrivere minuziosamente stati d’animo e paesaggi interiori color pastello. E di non lasciarsi travolgere dalla fretta. 

 

Sempre a Tarcento, nominata la “Perla del Friuli”: 

1987 Flamin’ Groovies e Died Pretty 

1988 Opal e Breathless. 

La piccola Tarcento cuore dell’indie. L’unità mobile (Francis/Kitty/Katan) di cui all’incipit ebbe il suo bel da fare, in quel biennio. I Breathless sono ancora qui, come Radio Onde Furlane.