Ophélie Lecomte e Franck Pelliccioli aka Saigon Blue Rain tornano quest’anno – neanche a dirlo, dopo la pandemia – con il nuovo, delicato album di una musica che si potrebbe quasi definire senza tempo, poiché oscilla fra un ethereal ‘d’epoca’ e la classica coldwave che funziona sempre: un ascolto valido, in verità, grazie a un songwriting sagace, arrangiamenti efficaci e la seducente voce di Ophélie come contributo irrinunciabile. Oko contiene dunque dieci tracce elettroniche dall’atmosfera fredda quanto fosca, ma ricche di verve francese, il che implica, occasionalmente, anche un pizzico di leggerezza, che non guasta mai: caratteristiche, del resto, che abbiamo evidenziato fin dalla loro prima release, What I don’t see. Per scendere nei dettagli: l’opener “Seul au milieu des miroirs” consiste principalmente nella lettura dei versi del poeta francese Yves Bonnefoy da parte di Baptiste Bertrand e di quelli di Arseni Tarkovski a cura di Anastasiya Lagutina, con un arioso sfondo elettronico arricchito da armoniose voci corali. Più briosa e ritmata “The Mort”, che strizza l’occhio al dancefloor con note luminose e le accattivanti tonalità di Ophélie, mentre “Visions” è una piccola perla darkwave che il testo impegnativo – il tema è infatti la depressione – rende ancora più coinvolgente. Troviamo poi la title track con giri penetranti di synth e ritmica sostenuta, su cui domina il timbro ‘ammiccante’ e, qua e là, ‘affannato’ del canto e “Dolls Dresses” persiste, orientando la formula verso un frivolo stile da ‘club’; “Pantomime” torna all’abituale ispirazione postpunk con limpide fantasie ‘sintetiche’ e chitarra liquida e modulata. Superato quindi il ritmo più ‘insistente’ di “The Quarry”, qui abbinato ai toni ‘sospirosi’ del canto, e i tipici suoni ‘vintage’ alla Cure di “Dublin Bay”, troviamo prima la malinconica ed evocativa “And I Die” e, dopo, la conclusiva “Le Mal Secret”, che chiude con una tristissima chitarra e uno scenario di certo tendente al cupo un album niente male.