A Time to Love, a Time to Die, l’album di esordio del trio tedesco/svizzero formato da Oliver Spring, René Ebner e Thomas Kowa, uscito via Swiss Dark Nights lo scorso 31 Maggio, è uno di quei dischi che si adattano perfettamente a una domenica mattina lenta e nostalgica.

Mentre sorseggio il secondo caffè le sonorità post-punk e new wave dei primi Anni Ottanta ritornano incisive e struggenti, si affiancano a sperimentazioni elettroniche, amalgamandosi in un mix originale in cui passato e presente coesistono, creando una dimensione musicale e lirica minimale e raffinata.

Il titolo si riferisce all’omonimo film di Douglas Sirk (1958) tratto, a sua volta, dal capolavoro letterario di Erich Maria Remarque Tempo di vivere, tempo di morire (1954), un romanzo nel quale un soldato tedesco, Ernst Graeber, e una giovane donna, Elisabeth Kruse, vivono la loro intensa storia d’amore immersi nelle atrocità della Seconda Guerra Mondiale.

La vicenda di Ernst e Elisabeth è il simbolo della vita che, seppure a sprazzi e per breve tempo, si manifesta in uno scenario in cui morte e distruzione la fanno da padrone. Molto attuale.

Se il protagonista del romanzo, in licenza per un paio di settimane dal fronte russo, è un uomo ormai disincantato, colmo di domande terribili che lo porteranno, complice l’incontro con Elisabeth, a rivedere completamente le proprie posizioni riguardo al regime nazista e alla corresponsabilità nei fatti mostruosi della guerra, Emily Kinski, della quale l’album narra vita e morte, è un personaggio che a Ernst e Elisabeth fa in qualche modo da controcanto perché la sua storia rappresenta il tentativo di sopravvivere in un mondo crudele, insensato e afflitto, ora come allora, da regimi portatori di morte.

Tranne che in una sola canzone – un divertissement, una serie di polaroid scattate negli Eighties perché cita titoli di canzoni famose e film del periodo o, comunque, che rappresentano il background di questa storia (compreso uno con una giovanissima Nastassja Kinski); a voi il divertimento di scoprire qual è… – in ‘Dance the pain away’, la prima traccia dell’album, ritroviamo due temi presenti nel romanzo e sottostanti l’intero album: la presa di coscienza rispetto allo stato di sofferenza causato dalla scarsa consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni – My life is just a mockup / Can’t let out my frustration/ I’m confused, so moonstruck/ Can’t escape my isolation. – e gli atti vitali che l’essere umano compie per reagire alla sofferenza stessa e trovare una risposta che dia un senso alla vita.

Per Ernst e Elisabeth questi ultimi sono il cibo, il mangiare e bere insieme, il fare l’amore; per Emily Kinski la musica, il ballo e la memoria – The pain of rejection / My life full of deprivation/ No resurrection/ Only the floor is my salvation.

“Fughe” dal dolore che conducono, entrambe, a una a una liberazione.

Per dirla con Elisabeth: “Di notte si è quel che si deve essere, non quel che si è diventati.”

Proseguendo il viaggio nell’esistenza di Emily Kinski, arriviamo a ‘Lost in Krasnoyarsk’, una sorta di preghiera rivolta agli antenati, un viaggio nel passato e nel ricordo di chi ci ha preceduto. Qui la nostra eroina – a proposito del suo cognome, nel film di Sirk compare un giovanissimo Klaus – ripercorre i passi del nonno morto in Siberia durante la Grande Purga – Decades back in Krasnoyarsk/ ’38, during the great purge – L’uccisione di massa perpetrata dal regime sovietico richiama l’Olocausto nazista di Remarque a riprova che, indipendentemente dall’ideologia, la dittatura dietro la propria maschera cela sempre un unico volto, quello della morte – Now I’m here, to take off my mask/ to pray in my unholy church./ My heart is made of stone,/ my soul is made of tin/ a fallen angel on the throne – Concetto, questo, rinforzato nei due versi che completano la strofa, versi dal sapore decisamente orwelliano, dove si fa riferimento a una delle caratteristiche del totalitarismo, forse una delle peggiori: il divieto di sognare e cioè di immaginare un futuro diverso da quello previsto dal sistema – I’m not supposed to dream ‘cause it’s a sin/ To dream ‘cause it’s a sin.

Un futuro quasi del tutto compromesso perché il totalitarismo desertifica e contamina ogni cosa, non solo i corpi e le anime, ma anche l’ambiente.

Nel romanzo (e nel film) c’è una scena molto forte nella quale Ernst e Elisabeth osservano un albero per metà secco, bruciato dal calore di un bombardamento, e per metà fiorito. ‘The Arrival’, terza traccia, con l’alternanza delle stagioni, di visioni di morte e vita, utilizza, a sua volta, la natura come simbolo di una ciclicità inevitabile ma anche foriera di speranza.

Un indizio di sopravvivenza, il terzo grande tema posto da Remarque e dal disco di Emily Kinski’s Dead, nel quale riecheggia il dramma di chi è sopravvissuto alla selezione aberrante dei campi di concentramento e dei gulag e che continua anche in ‘Triage’, spaccando il mondo e l’umanità in due: i morti e i sopravvissuti – Are you one of those who are likely to live,/ regardless of what care they receive;/ or are you one of those, who are unlikely to survive./ (regardless of what care they receive).

Una dualità che si riflette nell’idea di Bene e Male e presume l’esistenza di un confine e, quindi, di una scelta.

‘Acheron’, il fiume Acheronte, che segna proprio la linea di confine fra il mondo dei vivi e il regno dei morti, apre con due versi che alludono al ritirarsi dal conflitto, dal “gioco degli opposti”, come fa anche il protagonista del romanzo, per la necessità di ritrovare una chiarezza interiore e decidere umanamente da che parte stare: The world is black and white/ Emily hides from the fight – prosegue con la visione della linea di confine: Life is just a figurehead/ Acheron marks a watershed – e chiude con la consapevolezza della necessità di un sacrificio (esistenziale): Dead on the date of postmark/ Alive as the heroine Jeanne D’Arc.

È a questo punto del disco che, non lo nego, per me è arrivata la canzone più ‘difficile’ da sopportare, quella che mi ha letteralmente fatto piangere, travolgendomi emotivamente (negli Eighties mi affacciavo alla vita e sognavo; il mondo intero sognava un futuro libero e pacifico): ‘If We Were Young Again’.

Ricordo perfettamente tutto quello che vi si trova dentro e che, visto come sono andate le cose nei decenni successivi, si riassume in poche, semplici, strazianti parole: libertà, speranza, musica, amore.

Penso che questa canzone sia l’apice dell’intero album, forse non sotto l’aspetto musicale, ma sicuramente dal punto di vista del recupero della memoria di ciò che siamo stati e abbiamo perso per strada.

Ogni strofa incomincia con un’esortazione: Remember, remember – e racconta episodi che tutti noi, giovani in quel periodo, abbiamo vissuto. Ma il ‘peggio’ arriva quando le due voci cantano:

If we were young again
I would be your greatest fan
If we were back in the 80s
We would go crazy
If we were young again
You would be my girl and I’m your man
If we could travel back in time
I would be yours and you would be mine

Cosa abbiamo fatto delle nostre vite? A quali costrizioni sociali abbiamo obbedito, convinti che quella fosse la strada giusta? Quanto ci siamo dimenticati di chi siamo, di cosa desideravamo per noi stessi? Da allora, dal momento nel quale siamo stati poco consapevoli delle nostre scelte, quanti sono stati i morti, reali e metaforici, nel nome di ideologie, dogmi e mistificazioni?

Bugie denunciate in ‘Black Snow’, in un ribaltamento della realtà per come ce l’hanno raccontata – White panthers cope with black supremacy/ Whitefacing to run the Black house/ White widows, black lies/ White whole, black snow – e in ‘Dream Hunter’ – Duck and cover when you see the flash/ Underneath the table behind the trash/ Don’t look up in the atomic sky/ Hide your tears, cover your eyes – anche se per un cacciatore di sogni, per un sovversivo, le cose sono immaginate esattamente al contrario: In my boulevard of dreams- dream hunter/ Nothing is as it seems – dream hunter/ In my dreams we are one – dream hunter/ And you bury your loaded gun – dream hunter

Insomma, riavvolgendo il nastro, al tempo di amare è seguito il tempo di morire. Ma se la memoria vale a non ripetere gli stessi errori, sia nel tempo storico che in quello di ognuno di noi… Che ne dite di andarci a riprendere la vita che volevamo?