L’ultimo disco dei Superhorror? Devilish whisper pietra tombale di una carriera prossima ormai al compimento dei venti anni (considerando ovviamente l’epoca-Superhorrorfuck, prima denominazione citata nella finale “Back to the graveyard”)? Potrebbe essere, per ora atteniamoci a quanto dichiarato dagli stessi. 

Se fine deve essere, che sia degna. Ed è evidente che il quintetto ha profuso il massimo impegno affinché l’epilogo sia da consegnare alla memoria come memorabile. Dieci tracce (una è un breve intermezzo che vede come ospite Casey dei The Brokendolls ed ex Thee S.T.P.) impostate su ritmi sostenuti, una corsa folle ove non c’è spazio per esitazioni e tantomeno per ripensamenti (rimpianti mai, rimorsi forse), attingendo ad uno stile fatto proprio che trova la sua sublimazione sul palco. È questa la loro natura, ed ecco un primo dubbio: “Memento Party”, Holy water” e “Church of I.D.G.A.F.” (ma sarebbero da citare tutte) sono canzoni che espungere da una scaletta sarebbe delittuoso, interpretate con il solito piglio parossistico da Edward J. Freak e da un complesso quadratissimo che ha saputo mettere a frutto l’esperienza della quale ha fatto abbondante provvista. Attenendosi ad una formula basica, sleazy/r’n’r diretto ed abbellito da chincaglieria horror (“The Z World”). Lo sguardo che volge al passato, ai dischi che hanno segnato una carriera che forse avrebbe meritato più considerazione. Ma quando giungi al fatal crocicchio, sei ben consapevole che la strada che sceglierai ti segnerà. Per sempre. Grumi di sangue marcito e frattaglie assortite abbondano sul desco di questi freak, ma la ricerca dell’effetto non disperde il valore del contenuto (la produzione è eccellente), ascoltate “Satan Loves You”, è storia vecchia, lo sappiamo, ma ogni volta è così, non possiamo resistere al suo torbido richiamo… “Back to the graveyard”… 

Un magnifico commiato (ma sarà poi vero?).