Right place wrong time è il disco che innalza gli Anuseye a quella dimensione internazionale alla quale tanti ambiscono, ma che pochi conseguono. Elemento determinante, ma non unico, l’intuito geniale, quello che ti permette di osare ovvero che opera una netta cesura tra una canzone semplicemente bella ed una grande canzone. Differenza non di poco. 

Suono curato, poderoso ma anche adattabile all’urgenza espressiva richiesta dalla contingenza (“Berlin” che ciondola tra strade deserte inumidite dal velo di nebbia che scivola via lento sull’asfalto annerito, “Medellin” che insinua un senso di pericolo riposto, che non parrebbe fisico, solo la sensazione che qualcosa può materializzarsi, “Vancouver” che rotola sulla sabbia rovente d’un deserto alieno/alienante), perfetta interazione strumentale, citazioni discrete e tanta qualità. Sono sufficienti poche battute per rivelare all’ascoltatore che quello che si appresta ad approfondire è una grande canzone (riprendo l’introduzione, tali sono “Odessa”, “Sagres”, “Stockholm” e “Singapore”); i titoli afferenti a nomi di città (con qualche licenza) disegnano con tratto netto una mappa che è quella della concezione solenne del (hard/psych) rock, non altezzosa bensì rispettosa d’una tradizione che non vuole conoscere il tramonto. Penso a loro, agli All Them Witches ma non solo, l’elenco è lungo ma attenzione, gli Anuseye ad essi si affiancano, da pari, non si accodano.  

Ma lo sapevamo già, fin dai tempi dell’omonimo esordio, ed era il 2011… 

Con Right place wrong time (intitolazione emblematica) approdano a Go Down Records, tutto s’incastra alla perfezione. Affinità palesi. Un’opera che ti travolge (“Christofchurch”, è Christchurch?), ti conquista, ti lascia senza fiato, non un attimo di cedimento, i nuovi paladini dello stoner sono qui tra noi.