Steve Zing e Dan Tracey ricuperano la sigla Blak29 (il nero si riferisce alla roulette, 29 è il giorno di nascita di Zing) e danno seguito all’esordio del 2016 “Love and Anger”, chiamando a dar loro man forte Jyrki69 e Tommy Victor. Undici tracce di anthemico hard/goth’n’roll introdotte da “Blackout” che richiama alla sopita memoria quello sporcaccione di Zodiac Mindwarp, seguita dal primo singolo “Destroyer” che cita sfacciatamente “You really got me” dei The Kinks risolvendosi poi in un brano frenetico e sporcato a dovere. Con il secondo estratto “Bleeding love” si rispolvera l’armamentario di riffoni caro a The Cult, mentre “Don’t mind the pain” corre veloce incurante di mode e pose. Un brano ove Zing e Tracey mostrano grande intesa, chitarra/basso/batteria essenziali, pochi fronzoli e grande impatto, prima che “End of days” riporti il disco a quelle atmosfere cupe, a quelle ambientazioni ove l’ex-Samhain/Danzig mostra di trovarsi a proprio agio. “Go go little one” è un esercizio eseguito con sufficienza, “I am screaming but nobody’s here” è una ballata oscura che il titolo ben rappresenta: disperazione, smarrimento, rassegnazione sono sentimenti ben descritti che trovano ottimo supporto nel comparto strumentale. Ma The Waiting è disco eterogeneo, reso coerente da una produzione impeccabile, ne è testimone “Long cool woman” che infonde nuova linfa al songbook di Alice Cooper mentre per “Of love of hate of pain” rimando a “Don’t mind…”. “The Waiting (a token of your death)” si rifugia anch’essa nei più remoti recessi dell’anima, ove si celano i tormenti, trovando conforto nei The Sisters of Mercy era-”Vision Thing”. “Waiting for the sun to go down” si immola sugli altari del grande rock (no Hellacopters relations!), ancora The Cult citati con discrezione e competenza, chiude la citata “Long cool woman”, finale perfetto per un’opera godibilissima sorretta dalle solite maestria e professionalità alle quali gli americani non rinunziano mai. Grande rock, appunto.