Raramente capita di imbattersi in un progetto musicale che seduce fin dal moniker: Calitys è una parola che, a mio avviso, ha un fascino a partire anche solo dal suono che fa… eppure pare sia semplicemente il nome di un coleottero dotato della capacità di confondersi con la corteccia degli alberi. Riassumendo, Calitys non è una ninfa dei boschi, ma il nome scelto dalla coppia Mara Lasi e Daniele Serra, qui affiancati dalla lituana Daina Dieva, per il loro nuovissimo gruppo che, di recente, ha pubblicato il debut album Songs of Unearthly Longing. La musica da loro creata è bella, suggestiva e pervasa da una magia irresistibile: evocatrice di misteriosi paesaggi naturali e di inquietanti sortilegi, le tonalità magnetiche di Dieva, accompagnate da pacate quanto cupe note di piano o da eleganti accordi di chitarra – ma anche da ombrosi passaggi ‘ambientali’ e rumorismi minacciosi – incantano, ridestano memorie e sogni ormai affievoliti, alternando dolcezza e tormento, in un’altalena dolorosa e ammaliante al tempo stesso. Attitudine ‘gotica’ e ricerca dell’armonia nella natura anche nei suoi invisibili recessi sono alla base della ‘ricetta’ di Calitys: elementi palesi già nella convincente opener, “Lake Of Bliss”, che, fin dalle prime note elettroniche, introduce un’atmosfera tenebrosa ed emozionante, arricchita dal piano e dal canto raccolto, per una storia di malinconia e introspezione. Poi, “Heart And Edgy Stone” evoca uno scenario da folk nordico, in cui bene si inseriscono suoni naturali e, di nuovo, il piano e la voce – prima di fluire nello spoken word – contribuiscono a creare un clima meditativo e ‘gotico’ al tempo stesso; in “Sky Torn Open” c’è aria di tempesta, il mood si fa ancora più angosciato e nel ‘coacervo’ di sonorità ‘ambientali’ si fa strada una mesta, bellissima melodia. Troviamo quindi il mistero e la tensione di “A Lifetime and a Day”, piccola ‘gotica’ perla di oscurità e, poco dopo, “Open This Door” scandisce in modalità vagamente funebre una lunga composita sequenza dal sapore sperimentale, cui il canto introspettivo perfettamente si adegua. Nel finale, “What River Told Me” opta per un esordio ‘robusto’ che poi la voce, stavolta languida, lascia presto indietro mentre nell’outro un piano compatto ma lineare conclude in solennità un disco consigliatissimo.