Ho letto da qualche parte che “il goth sta tornando”.

Ma se ne era mai andato?

Me lo chiedo condividendo il dubbio con altri ben più illustri del sottoscritto e, rimanendo nell’angusto recinto del “mio” personale, non me ne ero mai accorto. Poi cosa nell’a. D. MMXXIII significhi “goth” ovvero “essere goth”, potremmo dar corso ad una infinita serie di pareri illuminanti (sì, al fioco lucore d’una candela di sego…), giudizi, obiezioni, schifate condanne. Perché si ascolta “un certo tipo di musica” (ma quale?), Perché si indossa acazzodicane qualche straccio nero che magari veste malissimo? Perché si vive reclusi tenendo a distanza debita il resto dell’umanità, dolendosi d’una esistenza miserabile? Oddio, sto divagando, come al solito, la finisco qui prima che mi venga tutto a noia. Maledetta noia…

Il goth nell’a.D.  MMXXIII gode di sufficiente buona salute.

Nel corso dei mesi fuggiti via fino ad ora, sono stati pubblicati tre tomi:

Laurence Lol Tolhurst: “Goth: a History” (dello stesso conosciamo, oltre che vita e miracoli, morte ancora no, “Cured” del 2006 del quale “Goth…” costituisce un interessante implemento)

John Robb: “The Art of Darkness/The History of Goth” (del quale un membro autorevole, no, nessuna ironia, già possiede una copia, e da esso attendiamo note).

Cathi Unsworth: “Season of the Witch/The Book of Goth”.

Nessuno disponibile in lingua italica, per ora, e non è detto che lo saranno, ma ci si può arrangiare.

Il 27 ottobre 2023 il Signor Simon John Charles Le Bon che, tenendo fede al cognome si è ben conservato negli anni, ha compiuto sessanta e cinque anni (fa impressione solo scriverlo). Quello stesso giorno i Duran Duran, la band che fronteggia dal 1980, hanno pubblicato Danse Macabre, sedicesimo albo di una carriera che tanti/troppi giudicarono finita innumeri volte, venendo sempre smentiti.

Carriera dignitosa, lo ammettano anche gli scettici, chi si può permettere di resistere così a lungo nei quartieri nobili o quasi di quella terra incognita popolata da ogni sorta di individuo che la natura umana contempla, nella maggior parte dei casi nell’accezione negativa, non può affidarsi solo e sempre alla Sorte. Un briciolo di talento deve pur possederlo, ed anche volontà/capacità di reagire agli eventi estremi, che nella vicenda ormai quasi cinquantennale dei DD non sono mancati.

Ma allora Danse Macabre è o non è l’album “goth” dei DD?

Armiamoci di pazienza. Non sono sufficienti le belle fotografie che adornano la confezione, di proprietà di Nick Rhodes, raffiguranti sedute spiritiche d’altre epoche, con intromissione dei quattro nelle altrettante che si chiudono a croce sull’allocazione del cd, e nemmeno gli arrangiamenti (come sempre sontuosi, ma i DD giocano in una altra Lega) ai quali questi tredici brani sono stati affidati, o la cover di “Spellbound” che è piacevole sì, ma nulla più.

Facciamo un po’ di contabilità, anche per mettere ordine: tredici canzoni, “Danse Macabre”, “Black Moonlight” e “Confession in the afterlife” sono inedite, la prima la conosciamo anche per il video che già abbiamo segnalato, e non ci torneremo sopra, amen, la seconda un pezzone funky che ci riporta indietro all’era aurea dei cinque ora quattro. Santo Dio, ma è possibile che Nile Rodgers continui a suonare sempre la stessa canzone, eppure risulti ancora assolutamente spendibile? Sarà scontata, “Black Moonlight”, ma è perfetta. Classicamente perfetta. “Confession in the afterlife” è la mia “seconda preferita” di Danse Macabre, uno svenevolissimo notturno sensuale che accoglie nel suo grembo sospiri di interiore patimento.

Le cover. “Paint it black”: gli Inkubus Sukkubus ne fecero una versione appropriata su “Vampyre Erotica” del 1997, ed io trasmetterò in coppia entrambe. I DD se ne appropriano consci che il confronto con l’originale è impossibile, SLB ricorre al mestiere ed omaggia Jagger con una prestazione lodevole, basso/batteria/tastiere mantengono la linea, il resto lo fanno la chitarra di Andy Taylor, meravigliosa, e le voci delle coriste. “Spellbound”, già detto. Ancora una volta A.T., messo a confronto con John McGeoch, rischiava la fucilazione, invece il pezzo convince, si libera dai pregiudizi e s’invola sorretto dalla ritmica e dai cori, “Psycho Killer”, quanto si è scritto solo perché al brano contribuisce quella ragazza un po’ discinta che-suona-in-quel-gruppo che milita nella stessa Lega dei DD, facciamocene una ragione e finiamola. Una resa più raffinata dell’originale, c’è chi ha chiamato in causa i Roxy Music, ma anche no. E come canta SLB dal minuto due e secondi trenta, e le tastiere che cesellano? Perfetta per l’airplay.

Leggendo la sterminata serie di crediti, appare in evidenza il nome di Bob Clearmountain. Che con i RM ebbe a che fare con risultati pregevoli, manina Santa al mix la sua. Mr Hudson aveva già prodotto “Paper Gods”, Joshua Blair ha un elenco di clienti che nemmeno provo a sunteggiare…

“Ghost Town” è quella degli Specials ed è sufficientemente rispettosa dell’originale. Quella di Dammers è però più cruda, suonata da un’orchestrina di spettri, i DD possiedono ben altre risorse e le mettono a frutto. Ah, poi c’è “Bury a friend” di Billie Eilish, con un basso che chiama a gran voce Karn, qui mi fido di mia figlia, i DD la spogliano di glamour e la rendono più inquietante. Risultato non da poco.

Siamo ad otto su tredici.

Le stranezze. “Supernature” di Mark Cerrone (1977). Sono così vecchio che il ricordo l’originale imperversante implacabile nell’etere, spinto dalla galassia di radio libere proliferate come specie fungine dopo un’abbondante pioggia, risuona ancora sufficientemente nitido. Danse Macabre è un disco divertente, da festa mascherata ove non accadrà nulla di pericoloso, se non qualche scivolata sul pavimento umido e qualche strappo agli abiti, risultato di focose danze. “Super Lonely Freak” è bellissima: mescola “Lonely in your nightmare”, uno dei picchi della produzione DD, con “Super Freak” di Rick James, qui Rodgers non c’entra, hanno fatto tutto loro ed il produttore Joshua Blair. La porzione di James si incastra perfettamente spezzando il brano in due, l’effetto è sulle prime curioso, l’intervento del sax mette tutto al suo posto.

Dieci su tredici. Ne mancano tre. Le revisioni.

“Secret Oktober 31st”. Ovvero “Secret October”, retro del singolo “Union of the Snake”, album “Seven and the ragged Tiger”, quarant’anni fa esatti. Una di quelle canzoni che i DD sanno innalzare da una tutto sommata accettabile ordinarietà a piccola gioia, quelle che le nonne hanno dimenticato nell’astuccio istoriato.

“Love Voudou” è per Warren Cuccurullo, era su “Duran Duran” del 1993 (“Love Voodoo”), ovvero “The Wedding Album”, quello con le fotografie (ancora) in copertina, quello di “Come undone” ed “Ordinary World”, certo che ve ne ricordate, dai!

Per ultima, la prima! “Nightboat”, la revisione dell’omonima (però era “Night Boat”) che occupa la fila numero sei del debutto omonimo. La mia preferita. Perché è bella, lo era già ma questa è ancora migliore.

Danse Macabre è un disco dei Duran Duran. Gli inediti sono solo tre, è vero, poi ci sono le cover (non come “Thank You” del ’95 ad esse interamente dedicato), le revisioni, le bizzarrie. Ne avevamo bisogno? No, certo, ma è arrivato, se non lo volete non apritegli la porta e non fatelo entrare in casa. Ne avevano bisogno loro? Ma dai, no di sicuro, a meno che non ci nascondano qualcosa, ma terminato l’ascolto è palese che quanto dichiarato, un disco pubblicato per divertimento, corrisponde alla realtà (per come la vediamo noi). Ne riparleremo (forse) fra qualche anno. Però, anche “Future Past” non era male, no?

Note a margine.

John Taylor è uno dei migliori bassisti al mondo. La ragazza che suona-in-quel-gruppo non è la miglior bassista al mondo. Perciò la sua presenza va considerata per quello che è: funzionale a far conoscere i DD ai fan di-quel-gruppo.

Andy Taylor (sovente decisivi i suoi interventi) dieci. Warren Cuccurullo due. Ma non è una gara.

“Secret October”/”Secret Oktober 31st.” e “Seven and the ragged Tiger”, il terzo e più difficile disco del gruppo, concepito e creato sotto l’ombrello cupo di nefasti presagi. Parto lungo e difficile. Ma ce la fecero. Ne uscirono indenni ed il disco si rivelò un (ennesimo) successo. Ma pagarono un caro prezzo: diaspora, abbandoni, progetti collaterali (Arcadia e Power Station, altri container di dischi venduti). E quarant’anni dopo… forse non è un caso che tornati quattro più uno, di “Seven…” si raccolgano i cocci dorati.

Epitaffio (in onciale su marmo bianco di Carrara).

Danse Macabre non è l’album goth dei Duran Duran, glamour e riviste patinate. E’ un album divertente, piacevole all’ascolto, levigato con cura (come il marmo appunto). Si percepisce che a crearlo essi si sono divertiti. Senza nemmeno metterci troppo impegni, ricuperando qua, rielaborando là. Buon per loro.

E buon per noi, suvvia.