Gli Horror Vacui nascono tredici anni fa a Bologna nella scena hardcore / punk nella quale inseriscono sonorità goth/death rock. 

Dopo quattro album e diversi cambi di line-up oggi gli Horror Vacui sono Koppa (voce), Marzia (ex chitarra, ora alla batteria), Lucretia (A.K.A. Vespertina, chitarra), Vasu (chitarra) e Gianni (basso), formazione, questa, presente anche al live di Trieste nell’ambito del Noise Wagon Vol.3, organizzato da In Grind We Trst (qui l’intervista) e The Moonlight Society. una serata all’insegna della musica punk e goth durante la quale ho avuto occasione di fare quattro chiacchiere con la band e, principalmente, con Koppa. 

 

 

LV – Ciao, benvenuti a Trieste. Tu e Marzia siete i fondatori degli Horror Vacui. Mi raccontati come è evoluta la band dai tempi di In Darkness You Will Feel Alright

HV –  Dai tempi di In Darkness di evoluzioni ce ne sono state parecchie.  Dal punto di vista della composizione dei pezzi, per esempio, come mastermind del primissimo periodo ho ceduto sempre più terreno al nostro vecchio chitarrista, Masbucci, e anche Marzia ha dato il suo contributo.  Poi c’è stata indubbiamente un’evoluzione dal punto di vista dei suoni: a furia di suonare dal vivo e in sala prove abbiamo preso confidenza con pedali ed effettini vari, cosa che non può che portare a delle migliorie. Siamo passati da una produzione molto fedele ai canoni dell’ABC del goth rock a qualcosa di più personale e di carattere.

Ultima, ma non per questo meno importante, c’è stata un’evoluzione legata anche alla scelta degli studi di registrazione. Dagli squat e dai garage dei primi tempi, infatti, siamo passati a studi veri e propri con risultati che, se si ascoltano i nostri dischi in ordine cronologico, si sentono tutti.

Ora stiamo scrivendo pezzi nuovi; due li abbiamo già registrati per un 7” che faremo uscire in concomitanza con un tour in Francia e Spagna che faremo durante le vacanze di Natale e se di evoluzione o involuzione si tratterà, be’, quello lo deciderà chi ci ascolta…

Foto di Ottavio Bisiani

 

LV – Living for Nothing è il vostro ultimo FL, registrato in studio in prossimità del lockdown e uscito nel 2020. Come ricordate il periodo della pandemia? 

HV – Il disco è stato finito di mixare il giorno prima del primo lockdown (8 o 9 Marzo 2020, o qualcosa del genere). Living for Nothing è uscito a Giugno 2020 in 1000 copie ed è andato sold out alla velocità della luce, tant’è che l’abbiamo ristampato immediatamente in altre 1000 copie e a Gennaio 2023 ne è uscita un’ulteriore ristampa in 500 copie che stiamo finendo, quindi, verosimilmente lo ristamperemo l’anno prossimo assieme a tutto il vecchio catalogo.

Le canzoni sono state scritte tra il 2018 – quando, tanto per cambiare, abbiamo avuto un cambio di line up che ci ha visto rivoluzionare la sezione ritmica – e il 2019, tra un tour Europeo e uno Sudamericano. Diciamo che se il disco è andato così bene, forse, è stato anche grazie alla pandemia, visto che in quel periodo la gente comprava dischi a raffica. All’inizio abbiamo avuto tutti un po’ paura di quello che stava succedendo, non tanto dal punto di vista sanitario (non perché ce ne fregassimo, ma perché comunque pensi sempre che non possa capitare anche a te) quanto da quello dell’igiene mentale, perché tre mesi chiusi in casa senza la possibilità di vedere altra gente, con gli altoparlanti nei supermercati che ripetono ad nauseam di sbrigarti a fare la spesa e con le strade deserte, qualche segno te lo lasciano. Di sicuro non ha giovato dal punto di vista creativo, perché dopo una certa età, senza stimoli che ti scuotono, non saltano fuori troppe idee, né sotto l’aspetto del contatto sociale, perché non si poteva fare altro che aspettare il nuovo decreto legge e contare i morti. Col senno di poi, per lo meno, ci siamo riposati.

Foto di Ottavio Bisiani

 

LV – In questi anni distopici il sistema sta mostrando ancora più chiaramente, se possibile, la propria violenza. Cosa significa per voi, oggi, ‘libertà’?

HV – Il sistema ha sempre mostrato senza vergogna la propria violenza. La mostrava 20 anni fa sparando sui manifestanti al G8, la mostrava negli anni 80 con la glorificazione del capitalismo e l’annientamento della classe operaia, la mostrava negli anni 70 con le botte ai cortei e la diffusione dell’eroina e posso andare avanti fino agli anni 20, quando sappiamo benissimo cosa è successo… Il problema, adesso, è che il sistema ha capito dove colpire: vuole la gente ignorante, perché ignoranza genera violenza e in questo modo il sistema ha un’occasione in più per mettere in atto forme di repressione.

La libertà è un concetto troppo personale e condizionato dal contesto in cui viene idealizzato. Ci sono troppi fattori che ne delineano il profilo e, al tempo stesso, è un’idea talmente sconfinata che nel momento in cui la definisci ne cambi il significato.

Esempio: se vivessi a Gaza City la libertà forse la identificherei con l’avere luce, acqua, cibo e svaghi a disposizione, cosa che per noi è la normalità perché viviamo in un mondo privilegiato, nel quale la libertà si riduce a una condizione che varia col passare delle stagioni della vita: sei piccolo vuoi essere libero di giocare e disubbidire ai tuoi genitori e ai tuoi insegnanti, poi cresci e vuoi essere libero di stare in giro fino a quando ti pare, con chi ti pare, vestito come ti pare facendo quel che ti pare.

Poi, come più o meno tutti, ti trovi un lavoro e non sei più libero di fare nulla per 8 ore al giorno quasi tutti i giorni della settimana. Poi magari hai anche la bella idea di fare figli e, da lì in avanti, non sei più libero per niente, nel senso che dedichi la tua vita agli altri.

A quel punto però una persona cambia prospettiva e inizia a dare alla libertà un valore diverso, diventa un privilegio, una cosa che si conquista dopo una settimana di fatica e si passa in armonia con la famiglia e gli amici, ma… siamo sicuri che stiamo parlando della stessa libertà?

Libertà forse è sapersi accontentare e trarre vantaggio anche dalle situazioni meno belle, libertà è la cultura, l’intelligenza, l’altruismo, il coraggio.

Foto di Ottavio Bisiani

Vent’anni fa ti avrei detto che libertà è anarchia, pace, uguaglianza ecc. Lo è ancora, per carità, ma ad un certo punto credo sia normale affiancare la quotidianità della vita agli ideali e ai desideri, quindi, parlando fuori dai denti e solo a titolo personale, non sono il mutuo, le ore di lavoro e le spese varie a farmi sentire schiavo del sistema.

Io ho il privilegio di scegliere cosa fare e come e quando farlo, quindi tutto sommato mi ritengo libero, ma siamo già nel campo della libertà vissuta come privilegio e, in qualche modo, condizionata dalle disponibilità economiche. Cosa avrebbe pensato a riguardo il me di vent’anni fa del me di adesso?

 

LV – Secondo te un certo tipo di musica può ancora essere una forma di dissenso contro il sistema?

TD – La musica può tutta essere una forma di dissenso, non solo quella alternativa. Tutto sta nel riuscire ad incanalarla nel modo giusto. Possono cambiarti la vita canzoni da un minuto e mezzo più che interminabili riunioni alla ricerca di una quadra che non è mai stata trovata.

Certo, in un mondo di analfabeti funzionali è difficile. Lo vediamo quotidianamente: la gente è sempre più chiusa nelle proprie case e le strade sono vuote quando, invece, ci sarebbe bisogno di scendere in piazza a dimostrare il proprio dissenso anziché limitarsi a firmare le petizioni promosse da change.org o, peggio, ad ascoltare ByoBlu.

Sono lontani i tempi di Bob Dylan, di Jimi Hendrix, dei Doors e, perché no, anche del primo punk, quando musica voleva dire cultura, coscienza politica, rottura degli schemi e dissenso in generale.

 

Living For Nothing | Horror Vacui (bandcamp.com) 

 

 

Ph. Ottavio Bisiani

Autodidatta, si occupa di fotografia dal 1980, dedicandosi fin dall’inizio al ritratto e al reportage con ripresa in bianco e nero, oltre che allo sviluppo dei negativi e della stampa delle foto in camera oscura. Di recente, la sua esperienza con i punk triestini degli anni Ottanta è stata parte di una mostra fotografica presso la saletta M-Arte del Padiglione M, Parco Culturale di San Giovanni (Trieste).