IMPROVED SEQUENCE Festival – Bologna TPO, 04.11.2023 (2° giornata)

Molto interessante il programma della rassegna musicale – il Festival di Improved Sequence a Bologna – dal 3 al 5 novembre, svoltasi fra il Freakout Club e il Centro Sociale TPO. Improved Sequence è un’etichetta fondata da Jonathan Clancy, specializzata nella (ri)scoperta di musica underground e sperimentale. L’evento era talmente ‘appetitoso’ che anche una delegazione di Ver Sacrum ha scelto di assistere ad almeno una delle tre giornate previste, optando, nello specifico, per quella di sabato 4 novembre al TPO. La scaletta contemplava, infatti, un’ampia selezione di artisti importanti, tutti vicini all’area postpunk/industrial/avantgarde, sia italiani che internazionali. In particolare, l’attrazione della serata era la presenza dei Drab Majesty, il duo losangelino che la scrivente segue con passione instancabile fin dall’uscita dell’album capolavoro, The Demonstration.

Horror Vacui. Foto di Mrs Lovett

La minaccia del meteo – come ognuno sa, decisamente maligno in questo periodo – ha rappresentato un rischio fino all’ultimo per la trasferta ma, alla fine, il desiderio di godere di un’ottima serata di musica ci ha stimolato ad affrontare il viaggio che, per fortuna, alla fine non ha avuto problemi: il clima era certo umido e sgradevole, ma il sito è stato raggiunto senza incidenti, soltanto… con molto ritardo sulla tabella di marcia a causa di vari imprevisti – fra i quali una notevole difficoltà a trovare parcheggio – che hanno causato, purtroppo, la rinuncia forzata alle esibizioni delle prime tre band in agenda, per la precisione John Duncan, A/lpaca e Gnaw Their Tongues. Rimaneva comunque una nutrita lista di nomi di interesse e, al nostro ingresso al TPO, stava suonando, per l’appunto un gruppo che teniamo d’occhio e di cui non avevamo più parlato dall’uscita del loro ultimo lavoro Living for Nothing, cioè gli Horror Vacui, nella nuova line up: Lucretia, Marzia, Koppa, Thomas e Vasu. L’impatto all’entrata è stato in effetti davvero notevole, con il frontman Koppa che letteralmente imperversava: inutile dire che, sul palco, l’esibizione del gruppo è decisamente dirompente, all’insegna di uno stile postpunk frenetico e incalzante e la voce di Koppa – cupa e cattiva al punto giusto – si è mostrata all’altezza anche nel marasma della ‘ribalta’. La performance successiva stava intanto per cominciare sul palco B – non si potrà mai benedire a sufficienza l’organizzazione efficiente e la puntualità di tutti in una situazione in cui non erano affatto scontate – e, alle 21,45, non è rimasto altro da fare se non correre nel locale accanto, non proprio per una band, bensì per lo show di Lydia Lunch & Ian White.

Lydia Lunch

Della Lunch è stato già detto di tutto: l’artista, del resto, si è fatta vedere in giro spesso, negli ultimi anni, militando in diversi progetti interessanti e la sua produzione vanta una nutrita discografia, realizzata insieme a importanti musicisti. Nessuno, dunque, ha mai potuto contestarle un ruolo di primo piano in ambito underground e invidiabile appare ancora oggi la determinazione con la quale si propone davanti ai suoi non numerosissimi seguaci, spesso in piccoli club o comunque in situazioni di non particolare prestigio, nonostante l’età e la vita disordinata abbiano lasciato su di lei segni evidenti. In questo periodo si è esibita in alcune città italiane con Ian White – percussionista e batterista ex Bad Seeds e Gallon Drunk – in occasione della presentazione del film da lei diretto insieme a Jasmine Hirst, dal titolo Artists: Depression, Anxiety, and Rage. Si trattava, più che di una performance canora, della lettura di testi abbinata a una base registrata e a un accompagnamento alla batteria che poteva definirsi soltanto incredibile: il lavoro di White è stato, in effetti, assolutamente grandioso e il suo virtuosismo allo strumento è stato molto apprezzato.

Distorted Pony

Dopo il duo, era previsto il concerto di Distorted Pony, band industrial noise losangelina di cui ben si conosce la travolgente energia dal vivo. I nostri erano già pronti sul palco A e, in pochi minuti, noi spettatori ci siamo resi conto che la loro fama era più che meritata: capitare, come mi è successo, nelle vicinanze dell’altoparlante ha messo fortemente a rischio i miei timpani. I Distorted Pony sono la classica macchina da guerra: il loro sound, che si voglia accostare al punk, all’industrial o all’hard rock, è di certo hardcore e, soprattutto, è il frutto di un mestiere consumato che non lascia nulla al caso, non un singolo urlo. Il frontman Uskovich è instancabile ma il volume degli strumenti è tale che rischia frequentemente di sovrastare la sua voce; l’anima industrial traspare in molti passaggi, affiora in quegli aspetti taglienti e ‘ferrosi’ caratteristici della loro musica, specialmente con riguardo a chitarra a basso. L’esibizione dei Distorted Pony è sostanzialmente uno tsunami, cui il pubblico si è volentieri abbandonato e, senza tema di essere smentiti, possiamo definirla uno degli episodi migliori della serata. E’spiaciuto apprendere che l’Italia non abbia portato fortuna alla talentuosa band visto che, il giorno seguente, in occasione della data di Como, il chitarrista Eddie ha subito un incidente che lo ha costretto a rientrare negli Stati Uniti.

Italia 90

In ogni caso, il pubblico era già parecchio carico quando ha dovuto spostarsi al palco B per assistere all’esibizione di Italia 90, gruppo in attività da non molto che la sottoscritta ammette di aver conosciuto solo in questa circostanza. Nel 2023 è uscito comunque il debut album, Living Human Treasure, che i nostri erano ovviamente intenzionati a proporre e la prima sensazione è stata assolutamente positiva: un postpunk senza compromessi, con radici punk molto ben riconoscibili e attitudine assai più rabbiosa che oscura. Del tutto privi di arie da rockstar, i ragazzi sono facilmente entrati in sintonia con i presenti, ai quali hanno offerto impeto, chitarre veementi e testi scabrosi: la critica, del resto, li assimila spesso agli Idles, ai Dry Cleaning e ai Fontaines DC e, in effetti, il nuovo postpunk inglese rappresenta la corretta collocazione; del disco ci ripromettiamo di parlare su queste pagine.

Drab Majesty

Dopo Italia 90 è arrivato, infine, il momento degli headliners: Nicolaou e Clinco sono stati gli unici a farsi attendere, giacchè fra il loro soundcheck e il concerto sono trascorsi almeno venti minuti, presumibilmente dedicati all’acconciatura. Alla fine, i due sono emersi da fittissime nuvole di fumo, attaccando subito con le prime note di The Demonstration. La scaletta prevedeva infatti, per la gioia dei fan, anche vari brani del 2017 – quelli ormai noti a tutti: “Dot in the Sky”, “Too Soon to Tell”, “39 by Design”, tanto per citarne alcuni– che i nostri hanno eseguito in versione assai più tirata rispetto ai dischi, come d’abitudine nei live, cosicchè la limpidezza dei suoni ne ha un po’ risentito. Nulla da eccepire, in verità, sulla chitarra e il fatto che si servissero di elementi registrati era, in effetti, logico, dal momento che anche nei tour si presentano generalmente da soli. La parte vocale, tuttavia, è apparsa qua e là un po’ sciatta e certo non paragonabile alle eteree tonalità in studio. L’atteggiamento tenuto dai Drab Majesty è sembrato sì concentrato ma distaccato, meno comunicativo di quello che, ad esempio, si era visto nei video del concerto di Madrid, tanto da far supporre che il contesto di una rassegna fosse per loro meno congeniale. Il duo ha comunque diligentemente suonato per circa un’ora, ha raccolto la giusta dose di applausi ed è poi scomparso senza troppi convenevoli e senza regalare neanche un bis. Peccato per chi, come chi scrive, aveva atteso con grande ansia questa occasione.

Mai Mai Mai

L’ingrato compito di chiudere la serata è toccato al progetto Mai Mai Mai del crotonese Toni Cutrone, dal quale, a questo punto, non ci aspettavamo scintille – era ormai passata l’una di notte – ma che invece si è dimostrato all’altezza della situazione e ha presentato il suo interessante repertorio, tratto principalmente dall’album Rimorso, uscito l’anno scorso. La formula di Mai Mai Mai è una ‘fusion’ estremamente insolita fra tradizioni popolari, folk del sud e sonorità elettroniche di stampo industrial/ambient: un’esperienza davvero unica dove, nonostante il look fra l’esoterico e l’iniziatico, l’attenzione di quelli ancora svegli – e sobri! – era rivolta esclusivamente alla musica: tanti di noi hanno sinceramente sperato in un’opportunità più favorevole, soprattutto in un orario più umano, per ascoltare dal vivo Mai Mai Mai – coronamento più che degno di una trasferta molto riuscita – e, per quanto ci riguarda, intendiamo di certo approfondire la sua conoscenza.

Mrs. Lovett:
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