Parlando di suoni sperimentali è d’obbligo menzionare il nuovo album del progetto Red Painted Red, recentemente passato alla Zoharum. That Was The Reason Why esce a distanza di circa otto anni dal precedente Hey Dum Dum che già, a suo tempo, aveva destato la nostra attenzione per l’attitudine creativa ed estrosa che lo animava e che scopriamo anche nei dieci brani di questo lavoro. Nella musica del duo è presente una gran quantità di tendenze e chi abbia voglia di mettercisi di impegno troverà tracce di svariati generi ma, al di là di quanto possa essere interessante un esercizio del genere, si può dire che i risultati raggiunti da un tale eclettismo sono stimolanti oltre che gradevoli: l’elettronica ha un ruolo di rilievo e, benchè sia spesso abbinata a ritmiche sostenute, gli elementi ‘industriali’ sono poco ricorrenti; magari non c’è da meravigliarsi se, occasionalmente, emergono suoni di campane o muggiti di mucche. L’opener “Human Condition” è forse la traccia più inquietante e cattiva e lo straniante video per essa creato – ne consigliamo vivamente la visione – aiuta a chiarirne il senso, qualora le parole pronunciate da una gelida voce e accompagnate da una trama elettronica sobria quanto cupa non fossero sufficienti: ‘Self-mutilator. Mother. Arsonist. Materialist. Abuser. Assassin. Scientist. Charmer. Harmer. Narcissist. Artist. Redeemer. Explorer of the fauna’; se tali termini hanno lo scopo di descrivere la natura degli esseri umani, dovremmo davvero riflettere. Subito dopo, in “Astronauts”, voci registrate e/o effettate sono combinate curiosamente all’interno di un miscuglio di suoni e “Come to me” pare proporre un intervallo fra l’atmosferico e il meditativo – ma potrebbe dirsi anche ‘bucolico’, vista la presenza dei già citati muggiti – dominato dalla valida prestazione vocale di Yvonne Neve; poco più avanti, “Knife” delinea un paesaggio etereo e sognante intriso di malinconia, perfetto per le potenzialità della vocalist. Cambia registro la seguente “Silence”, una delle tracce più sperimentali del lotto, dove un teso e tenebroso contesto è associato al canto variegato e intenso; quindi, dopo le brevi, ‘robotiche’ battute di “Going Home”, “Dances” riporta scenari impegnativi dal sapore ‘ambientale’. Menzioniamo, infine, la conclusiva “Adrenaline” che, mostrando ampi e oscuri orizzonti dove la voce, fra l’attonito e il trasognato, sembra vagare senza una meta, indica la volontà di continuare a esplorare.