Due dischi della portata (artistica, ma pure commerciale, rispettivamente primo e nono posto nelle classifiche del Regno Unito) come “Boys and girls” e “Bête Noire”, oltre a ribadire, se ce ne fosse stato bisogno, la statura di compositore e di interprete di Bryan Ferry, fissarono i termini di un metodo di produzione che egli replicherà con successo nei dischi a venire, e che aveva già avuto modi di sperimentare con la magnifica triade che pose fine alla carriera dei Roxy Music, se ci limitiamo alle pubblicazione di materiale inedito. Altra inevitabile conseguenza, gestire la pressione che derivò da tali successi, ripetere i quali non era  impresa semplice.

Il ricorso ad uno stuolo di accreditatissimi collaboratori, il rafforzato legame tra Autore e produttori/ingegneri del suono, la ricerca della perfezione formale assoluta, anche a discapito del calore, dell’emozione. Una bellezza algida ma pure crepuscolare. Indolenza blasé. “I want to be alone/Me myself, no one else/I want to be alone”.

Schiere di pallidi epigoni, inutile enumerarli, modello per molti, leggete le loro biografie, le loro interviste, chi all’epoca non lo ammetteva poi si prodigò in riparatorie ed affrettate dichiarazioni di stima assolute. Atteso da tutti, Bryan Ferry era perfettamente consapevole che non poteva sbagliare. Stava consolidando una fama ed una carriera esemplari: immagine e sostanza. Il gioco della vanità, della fatuità. E la critica pronta alla lapidazione come all’esaltazione.

1993: venti anni esatti dall’esordio in proprio, “These foolish things”, tredici cover tra Rolling Stones, il più volte celebrato Dylan (che io non ho mai sopportato, ma “Dylanesque” del 2007 infine l’ho acquistato, quando si dice…), Lieber e Stoller. Attendevamo il nuovo disco di inediti, “Horoscope”. Invece… un altro disco di versioni altrui, ad eccezione della breve “Because you’re mine”.

“Taxy” esce a quattro lustri da “These foolish…” ma pure da “For your pleasure”, e gli scatti di copertina collegano quest’ultimo a “Taxy” in un gioco di rimandi tra presente e passato e viceversa che ha un punto, una regola ferma ed irrinunziabile per Ferry: l’estetica. Egli osserva la bellezza, esplicita in “For your…” (Amanda Lear), accennata in “Taxy” (a chi rivolge lo sguardo, appoggiandosi alla capote dell’automobile?).

Un anno e pochi mesi dopo “Taxy” giunge Mamouna. La linea retta che lo unisce a “Boys…” ed a “Bête…”, a ritroso (!) alla forma impeccabile di “Avalon” verrà tracciata fino ai più recenti “Olympia” ed “Avonmore”. Medesimo approccio, stessa visione. Tracce che si sovrappongono a tracce, cuciture e tagli, la bellezza del rovescio, la rifinitura del punto, alta Sartoria musicale. Leggete i crediti, ci sono tutti, dagli ex-Roxy Music fino a Davies e Clearmountain. E l’opulenza di “Don’t know to know”, della notturna “N. Y. C.”, i finissimi echi roxyani di “Your painted smile”, la voce che narra, che svela e che tace, nasconde, appoggiata sul velo di note, come una sciarpa di seta dimenticata sullo scrittoio intarsiato, la penna sul foglio ove ha appena vergato qualche frase. L’abbandono che celebra sé stesso, la solitudine come rifiuto sdegnato dell’ovvio, la title-track che s’abbandona tra le braccia della malinconia. “You’re living just for fun”.

Ma quando e dove nasce Mamouna? Mancano pochi mesi al trentennale, ennesimo anniversario, ed il fratello dimenticato si palesa. Horoscope vede all’opera un team più snello, conta otto tracce, è un laboratorio (sartoriale, of course). Quattro le ritroviamo in Mamouna, due addirittura in “Avonmore” (“Midnight Train”, qui “S & M”, e “Loop de li”), poi ci sono “Raga” e la magnifica “Mother of pearl” (…”Oh mother of pearl/I wouldn’t change you/For the whole world”…), il legame stretto con un passato che nulla e nessuno allenterà. “Stranded”, anch’esso 1973. Il primo con Eddie Jobson. La messa in opera di una concezione del pop che essi e solo essi seppero elaborare con tale perfezione, che troverà la sua celebrazione (auto-celebrazione, sono i Roxy Music!) in “Avalon”. E nei dischi di Ferry che lo seguirono. La bellezza frigida, distante, inarrivabile.

“Where do we go from here” /The 39 steps”, “The only face”, “Desdemona”/”N.Y.C.”, “Gemini Moon”, l’estetica ferryana pretendeva però una veste più elaborata, più affinata. Non era abbastanza, eppure queste canzoni sono già perfette così. Ecco allora Mamouna.

Confezione elegante (nulla di trascendentale però), con i due dischetti citati, un booklet esaustivo e pure l’immancabile disco di provini, di abbozzi, di schegge. Sketches utile a comprendere la natura dell’opera ferryana, la genesi di Horoscope/Mamouna.

In un’epoca di miserie, Mamouna/Horoscope suona come una sfida. L’ultimo duello, la carica dell’Ussaro. La gauloise che brucia tra le dita e la polvere di Casablanca sul rever. “Too fast to live/Too young to die/One stolen kiss babe/A certain smile”. Svenevolezza di mezza età? Gemiti di Romanticismo soffocato nel Martini? “Don’t talk to me/Your perfume sighs/I’m lost inside baby/Your painted smile”. Quel sorriso, quel dipinto.

Reprise.

Quei pochi minuti trascorsi davanti allo specchio, le mani che si muovono lente ma decise attorno al colletto della camicia con gesti perfettamente coordinati dall’abitudine. Prendersi del tempo tutto per noi, sottrarlo alla quotidianità, come le nostre Signore che si truccano e si preparano ad uscire, nella stanza accanto, fra fruscii di vesti ed una canzone accennata. Sempre bellissime. Ma la cravatta è per noi. Uno schiaffo alla fretta che incancrenisce questi tempi. Fermarsi un attimo a rimirare compiaciuti il nodo perfetto. Lasciar scivolare le dita sulla seta, tastarne i bordi, controllare la lunghezza dei due capi, sollevare il lembo finale e lasciarlo ricadere, così…