Quarto album in studio dei The Coventry, ‘Atlas’ è un punto fermo nella produzione musicale della band pugliese, partita nel 2018 con un disco di debutto, The Art of Survival,  nel quale sonorità fredde e malinconiche scaturivano da una visione della città come luogo intriso di superficialità e arrivismo e da un senso di malessere e inadeguatezza nei confronti della realtà circostante.

Una produzione che proseguiva, con il ritmo di un album all’anno, spaziando dall’esistenzialismo di Deep Detachment (SDN 2019) all’impegno politico e alle sonorità più vicine alla dance, all’industrial e al synth rock anni Novanta di City of smothered ambitions (SDN 2022).

Uscito a fine ottobre 2023, Atlas è un disco nel quale risuona forte la voce dell’individuo e che – come dice Valerio Rivieccio durante una chiacchierata con la band – nel titolo rievoca «il titano della mitologia che sorregge la volta celeste e porta sulle proprie spalle il peso del mondo» perché rappresenta la fatica del ritrovarsi soli al cospetto di una società involuta, sorda, scettica e disillusa che si rispecchia in relazioni umane basate su opportunismo e finti sentimenti.

Composto da dieci tracce, Atlas parla di una realtà che promette per poi tradire, di presenze apparentemente familiari che si accostano all’artista, alle sue pratiche e alla disciplina appresa con sacrificio per “rubare” tempo e energia.

May the Death find us alive è un’apertura sulla perdita di senso dell’esistenza a causa di desideri disattesi e azioni che a nulla portano:

Watching the life you can’t have brings you down

The more you watch, The more you feel low

(…)

You’re just wasting time and you’re forgetting we’re all dying

You’re just wasting time and it’s better for death will find us alive

Una visione cupa e distaccata a fronte di una sonorità eterea, che amplifica il contrasto fra ciò che è e ciò che sarebbe potuto essere.

Contrasto che pervade tutto il disco e riprende alcuni dei temi principali dei The Coventry: rabbia, disillusione, costante senso di alienazione – “It’s hard to remember, what keeps us alive”, Fear State – rispetto a un mondo pieno di menzogne nel quale viviamo anestetizzati per non vedere la realtà – “I always keep my eyes wide shut, ‘cause I know how cruel you could be”, Evil.

Atropine[*], quarta traccia dell’album, parla di un brusco risveglio, quando ci accorgiamo che tutto ciò che ci circonda è falso.

I wake up to see that no one is real.

We’re all projections, look at the way we live.

But I’m here, and I cannot sleep for fear.

Where do I go? Oh I forget everything I loved.

«La condizione di annebbiamento delle coscienze pervade ogni settore della vita» dice Mario Manfredi, autore dei testi insieme a Rivieccio, nonché voce principale di The Coventry.

«È una forma di pigrizia che diventa fattore culturale. Ti faccio un esempio che riguarda la musica: le persone ascoltano solo quello che già conoscono. In pochi hanno il coraggio di esplorare sonorità diverse e questo atrofizza la mente, oltre che aumentare lo sforzo di chi, come noi, cerca di tenere viva una scena alternativa.»

«Per lo stesso motivo» aggiunge Adriana Colella (tastiere, drum pad), che in Atlas per la prima volta presta la voce in Evil,«in questa città (Bari, n.d.r.) i gestori dei locali preferiscono fare serate live con le cover band, cioè proporre il trito e ritrito piuttosto che rischiare il nuovo.»

Se, da un lato, Atlas recupera sonorità che virano addirittura sul pop anni Ottanta, dall’altro, da Open Wound in poi – ad amplificare ulteriormente il contrasto del quale parlavo prima – riprende i temi della disillusione – “I thought you liked/I thought you wanted it” – e della disperazione – “Despair and frustration, hope hateful little friends; /They keep talking in my brain…”, Deep Dives – che accompagnano la presa di coscienza di una realtà finta, che si ripete sempre uguale nella menzogna, chiudendosi con l’outro strumentale che dà il titolo al FL, una traccia dai toni epici che esprime perfettamente il peso di chi, nonostante tutto, continua ad andare avanti. 

 

[*]L’atropina è un alcaloide di origine vegetale presente nelle Solanacee come la Belladonna e la Datura che nella farmacopea viene utilizzato come spasmolitico e dilatatore della pupilla durante gli interventi di chirurgia oftalmica.