The dark path to the light si chiude con la traccia titolata “Accabadora”, colei che nella tradizione Sarda era incaricata di portare la Morte, a chi la bramasse perché ormai prossimo alla Fine. Figura centrale di un disco che già indagai, “S’Accabadora” dei veneti Hell Theatre. I Wolvennest fanno base a Brussels, Belgio, e non ho trovato riscontri in merito al loro interessamento a tale rimando, potrei ipotizzare qualche legame che lega quella Terra ad uno o più componenti l’equipe, magari all’enigmatica cantante Shazzula (nel brano si esprime in italiano), l’officiante di questo rito che si sviluppa lungo sei stazioni caratterizzate da atmosfere oscure, quasi un’opera per iniziati al verbo del metal più criptico, ove chitarre lancinanti levano la loro voce su un costrutto denso in continua mutazione, e la voce reclama legittimamente il suo ruolo centrale. L’intro “Lost civilizations” evoca antiche ed occulte conoscenze, trovando forza anche nell’artwork del disco: tamburi lontani paiono chiamare a sé le folle dei fedeli, Shazzula li accoglie, poi “Adversaries” scatena un’immane forza strumentale, un crescendo stordente amplificato dal canto ossessivo. Heavy psichedelia che in “Deathless Love” s’avvale di formule espressive ricavate dai Killing Joke e coscientemente elaborate mantenendo intatto un rigore formale impeccabile. A garantire la continuità, ancora una volta la cantante che, pur evitando di vestire i panni della protagonista assoluta, fa sentire il peso della sua carismatica presenza. Le percussioni creano una base solida ma ancora una volta cangiante, la chitarra innalza muri grondanti dolore, è la via dell’espiazione quella che i Wolvennest indicano ad una umanità smarrita, richiamata violentemente alla ragione dall’urlo di “The timeless all and nothing” (al growl l’ospite islandese D.G.); sono i belgi ed i Mansion (questi ultimi ancor più intransigenti) ad occupare l’ala genuinamente mistica del… doom? (ma non ha senso definirlo tale), questa canzone scuote le anime, instillando un sentimento di subdolo terrore, nessuna redenzione, solo atroce colpa. Tastiere oniriche aprono la title-track, pare la raffigurazione di un mondo giunto al suo crepuscolo. Non calano tensione narrative e nemmeno qualità, The dark path to the light è opera coesa, non mostra nessun segno di cedimento, la ripetitività che a tratti emerge è creata ad arte, funzionale al racconto. Una traccia che riassume, fornisce ulteriori dettagli, perfeziona: ad ogni strumento il suo ruolo, perfettamente definito, ma il contesto corale, la prova collettiva mai vengono messi in discussione. Poi “Accabadora” e, ammetto, è proprio la prova di Shazzula a non convincermi appieno, anche se mi limito alla pronuncia. Ma ci fu chi, alle prese con l’italico idioma, fece peggio. Non inficia comunque un giudizio complessivo ampiamente positivo.