Questo disco non ravviverà le esangui sorti del gothic rock, ne fornisce comunque una autorevole interpretazione. Se la sigla Artificial Heaven iscrive con Digital dreams il primo capitolo di auspicabili future fortune, a patto che si osi, e possono farlo, di più, non ignoti sono i nomi che forniscono la lista dei titolari, in primis Federico Venditti che si mise in luce con gli Witches Of Doom, i quali con l’eccellente “Funeral Radio” mostrarono di possedere ampie competenze in materia (e che nel 2018 pubblicarono la cover di “Love will tear us apart” dei JD).

La tracklist di Digital dreams conta undici tracce, tra le quali la breve strumentale “Ennio” omaggia il Maestro Morricone (come fecero i FotNephilim, uno dei complessi ai quali gli AH si riferiscono), seguita proprio dalla nephiliana “Automatic love”, traccia ove emerge una marcata vena epica. L’opener “Fall away” è invece brano assai veloce, ben orchestrato (la produzione di Giuseppe Orlando è, al solito, perfettamente aderente al tema) e sorretto da chitarre imperiose. La voce profonda di Fabio Oliva è un altro elemento distintivo dell’opera, anche se il suo timbro non si concede alla varietà, risultando infine assai omogeneo, si mostra comunque funzionale alla narrazione. “Dark room” presenta elementi death rock ed una forma affine a quella di altre band contemporanee, “Lie to me” un solido impianto che trova nei The Cult un riferimento assai netto, ma Digital dreams non si limita ad ossequiare i riconosciuti precettori del genere, sopra tutto l’impianto lirico mostra grande attenzione nei confronti di temi attuali; “Body shaming” è solo la più evidente, e presenta una struttura più personale e meno connessa alla convenzione (in primo piano le tastiere suonate dall’ospite Francesco Sosto dei The Foreshadowing, mentre in “Ennio” ad occuparsene è Riccardo Studer degli Stormlord). La title track presenta bassi profondi e buona verve, “Sleeping tablets” è caratterizzata da percussioni tribali e da un incedere forsennato con la chitarra che trascina letteralmente in un vortice denso e scurissimo. Chiude la cover di “Russian Roulette” dall’omonimo esordio dei The Lords of the New Church. Chi mi conosce sa quanto e cosa significhino per il sottoscritto Bators/James/Tregunna/Turner. Una sfida impegnativa che gli Artificial Heaven risolvono evitando di cadere nella facile adulazione, adattando il brano alla loro attitudine e manifestando grande rispetto.

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