Noto come frontman dei Wovenhand, David Eugene Edwards ha pubblicato lo scorso anno Hyacinth, un disco solista che riflette le caratteristiche della sua musica e, forse, della sua anima: egli attinge ampiamente alle radici musicali americane, incorporando elementi di folk tradizionale, country e blues e arricchendole di ‘ingredienti’ dark, per descrivere particolari sensazioni e stati d’animo. Inoltre, da professionista navigato quale è, utilizza una sperimentazione eclettica con una vasta gamma di strumenti, che includono chitarre acustiche, banjo, violino, mandolino e altri strumenti tipici, contribuendo così a creare un suono unico e distintivo, seppure a tinte decisamente tenebrose. Grande attenzione meritano anche le liriche, fortemente influenzate da una formazione cristiana solida, per non dire incrollabile: sono aspetti, questi, che fanno di Edwards una figura davvero singolare all’interno della scena che ci interessa e che sono presenti in Hyacinth, lavoro vario e ricco, ispirato in parte dal mito greco di Apollo e Giacinto (Hyacinth appunto) e pervaso di straordinaria intensità. Prodotto da Ben Chisholm – già al fianco di Chelsea Wolfe – l’album contiene undici tracce dall’atmosfera cupa e opprimente, dominate dalla voce profonda e potente di Edwards che ben si presta alla spiritualità ovunque percepibile. Vediamo l’opener “Seraph”, ove un’oscurità di stampo ‘industriale’ prevale sull’anima folk, esalando inquietudine e tormento. Subito dopo, in “Howling Flower” appare la tristissima melodia di una tristissima chitarra acustica e il canto sembra avvicinarsi a una sorta di virile lamento, mentre “Celeste” torna palesemente alle suggestioni folk, creando uno scenario coinvolgente e patetico, lo stesso che emerge in “Through The Lattice”, ove è reso più ‘denso’ dall’efficace tessitura ‘sintetica’. Troviamo quindi “Apparition” e la sua malinconia soave che la voce colma di emozione e, ancora, la chitarra struggente di “Bright Boy”, esemplare di un’inedita forma di ballata country folk; la title track, uno degli episodi più toccanti, conferma la magia di una chitarra acustica abbinata a una voce intensa e a un’atmosfera intimamente spirituale mentre “Lionisis”, uscita come singolo, introduce nel contesto, comunque cupo, una maggiore veemenza. Poi, bypassata la tesa combinazione di elettronica e arpeggi incalzanti in “Weavers Beam”, la brevissima “Hall of Mirrors” ‘rischia’ variazioni elettroniche in stile ambient e, infine, “The Cuckoo” , ispirata a un brano folk tradizionale, incarna con successo la forza della contaminazione, concludendo un album davvero importante.