Ad onta di annunziati rinascimenti e miracolose (e presunte) risurrezioni, non è che il frastagliato panorama del gothic rock contemporaneo offra il fianco a granché pretese.

Poi l’apparire di questo quartetto riaccende la fiammella della speranza, è giuoco facile e banalotto aggiungere nascosta considerando l’appellativo che si sono dati. Ma me lo concedo, dai. Golden horses of a dying future vanta dieci canzoni di ottima fattura che incrociano Bauhaus, Christian Death, death rock ed attingono pure all’accademia dell’horror rock italiano, mostrando padronanza di mezzi ed intenzioni nette. Brani come “Mr. Smith” non vengono alla luce (!) per caso, sono invece la perfetta risultanza che deriva da competenze e qualità che originano una canzone che mantiene alta la tensione, una vera e propria suite concentrata in cinque minuti o poco meno, anime diverse che si fondono in un unico corpo di rara efficacia narrativa. Teatrali senza mai eccedere, gli IA immergono la trama in un’atmosfera densa, inquietante, perversamente attraente (“Wolfheart”) prediligendo la sostanza al fugace effetto, destinato a trascolorare in fretta. Rompere gli schemi è loro congeniale, come in “Chasm of deceit” che chiude Golden horses of a dying future suggellandolo con il suo compassato, oscuro ed impenetrabile incedere, gothic rock tribale che serra i lacciuoli che legano gli Ignis Absconditus ad un passato ormai remoto ma mai rinnegato, citato esplicitamente in “Lucid madness”, ove tutto è così perfetto, voci, strumenti, effetti, da risultare sorprendente se a questo passo non giungessimo già pronti. Un senso di alienazione che il declamatorio canto amplifica in “Mental roulette”, “Carousel of the departed” è metal oscuro e crepuscolare, con le tastiere che, ancora una volta, pur mai assumendo il ruolo di protagoniste, tessono instancabili una trama malata, angosciante, “Weight of knowledge” cala nel post punk degli anni duemila scivolando nell’ombra di palazzoni anonimi, grigi agglomerati di spogli quartieri abbandonati all’umana aberrazione. Un’opera collettiva, convergenza di talenti e di intenti, estremamente efficace, un passo in avanti deciso e decisivo rispetto all’esordio “Portrait of beyond” del 2022, una presa di coscienza necessaria.

Non inventano nulla, sia chiaro, ma ciò che fanno, lo fanno bene. Maledettamente bene.

Per informazioni: http://www.mykingdommusic.net
Web: https://mykingdommusic.bandcamp.com/album/golden-years-of-a-dying-future