Byronic Sex & Exile: Everything But The Ghoul

Joel Heyes, con il suo progetto Byronic Sex & Exile, si sta dimostrando estremamente prolifico: ecco, infatti, l’album Everything But The Ghoul, anticipato, non molto tempo fa, dall’Ep Lingering Human Emotions. Poco possiamo aggiungere circa la formula del nostro e che caratterizza anche le tredici tracce del nuovo lavoro: con l’intento di riscoprire le radici romantiche del gothic rock egli ha sviluppato un’esperienza sonora all’insegna della malinconia, spesso addirittura pervasa da un senso di disperazione benchè, occasionalmente, la sua musica si distingua per una solennità sorprendente, enfatizzata dall’onnipresenza del piano. Nessuna pretesa di originalità, come si è avuto modo di osservare in altre occasioni, ma il gusto per un’estetica particolare, nutrita di riferimenti intellettuali, la cui attrattiva pare non passare mai di moda e intriga tanto anche noi. Il disco si compone di quattordici capitoli, alcuni dei quali già presenti nell’Ep sopracitato; le tematiche sono, ancora una volta, connesse a ‘tòpoi’ tradizionali del mondo gotico, inclusi castelli, cimiteri e storie di sangue, benchè non manchino pezzi elettronici dall’andamento più vivace che aggiungono dinamismo al contesto e creano una ricca varietà di sfumature. Si comincia con “Stage Fright”, brano sufficientemente suggestivo con la sua atmosfera lugubre e inquietante: sinistri suoni sono inframmezzati da versi di animali e il paesaggio sonoro, ove il piano lento e tetro aggiunge un elemento di malinconia e mistero, sembra evocare la classica visione di una notte buia e tempestosa. Altrettanto temporalesca e incombente appare la successiva “House of Shadows” ove però è l’organo ad assumere un ruolo predominante, aggiungendo un elemento di grande oscurità: la sensazione di minaccia è accentuata da una ritmica più distinta, che contribuisce a creare un senso di suspense e tensione, mentre nel canto prevalgono tonalità cupe e profonde efficacemente abbinate all’organo inquietante; “Nightmare Castle”, poi, opta per una ritmo sostenuto e quasi ballabile, palesemente fedele ai canoni del goth rock, con una chitarra penetrante che qui conferisce un tocco deciso e vitale e la stessa attitudine si ritrova in “Grave is in the Heart”. Non manca, quindi, la lettura di due estratti da Edgar Allan Poe (The Haunted Palace), mentre la bella “Tombstone World” si distingue per l’atmosfera oscura e un po’ opprimente e per una combinazione di elementi sonori ricchi e magistralmente gestiti: note di organo ripetitive, laceranti accordi di chitarra, la profonda voce da basso che si spinge al massimo dell’espressività immergono in un mondo di suggestioni e introspezione. Delle restanti tracce ci limitiamo a segnalare la conclusiva “Hearse Road” che si ammanta di grandiosità grazie al robusto arrangiamento con l’organo, per conferire al pezzo maestosità e solennità, e chiude con eleganza e romanticismo un album da non trascurare.

Mrs. Lovett:
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