Cernunnos, che recuperiamo dai dischi dello scorso anno, rappresenta l’atteso ritorno dei Dark Sanctuary dopo un lunghissimo silenzio e offre una sorta di viaggio emozionale attraverso le atmosfere malinconiche e suggestive che ne hanno caratterizzato la carriera fin dai ’90. Il gruppo francese, riconosciuto come uno dei più carismatici esponenti della corrente dark/neoclassica, continua a incantare e trasportare l’ascoltatore in mondi eterei mediante le sue sonorità struggenti. L’album è, quindi, un vero e proprio regalo per gli appassionati della band, che vi ritroveranno le qualità distintive e la voce di Dame Pandora, come sempre elemento magnetico, capace di sedurre e al contempo travolgere. Le tracce sono intrise di un’aura classica grazie all’uso di archi e pianoforte, aspetto peculiare della formula di Dark Sanctuary, ma vi sono anche caratteristiche “ambientali” e folk che si insinuano nella trama musicale, aggiungendo ulteriori strati di profondità e varietà al sound complessivo. Il titolo del disco, dedicato all’antico dio celtico Cernunnos, indica un’ispirazione mitologica che, giustamente, ne definisce la tematica. La scelta di ritornare dopo così tanto tempo con un album completo dimostra un impegno significativo da parte della band nel mantenere viva la sua eredità. Cernunnos offre undici pezzi che richiedono un ascolto attento e concentrato, perché ci si possa lentamente perdere nei suoi tipici scenari suggestivi e coinvolgenti. Nella prima traccia, “Mater Oceanum”, lunga oltre nove minuti, prevalgono piano e archi ‘elegiaci’, insieme alla voce di Dame Pandora in modalità quasi operistica: la sua interpretazione emotiva e potente si fonde perfettamente con l’andamento lento e solenne del pezzo, dando luogo a un’esperienza intensa e coinvolgente. Poi, in “Les Dernières Gouttes De Pluie” l’originalità del lavoro del pianoforte aggiunge un tocco unico, ravvivando lo sfondo e fornendo una base intrigante per l’intero brano, mentre la performance vocale esprime nostalgiche e malinconiche tonalità ‘goticheggianti’; poco più avanti, “Yksin” delinea un contesto sonoro grave e fosco, con archi cupi e la parte vocale arricchita da cori solenni. Ma uno degli episodi migliori è sicuramente la title track, ove l’inizio tenebroso e profondo anticipa l’intensità del brano per trascorrere, quindi, in un crescendo avvincente all’insegna di canoni folk/nordici – ma il pensiero va anche ai Dead Can Dance – suscitando le più forti emozioni attraverso drammatiche variazioni dinamiche; da segnalare, poi, la bellissima “Sólstöður” con il suo paesaggio rituale e ‘misticheggiante’, dimostrazione di un affascinante connubio tra elementi ancestrali e sonorità contemporanee, in cui comunque la ritmica tribale e il canto potente sanciscono la vittoria delle antiche tradizioni. La chiusura è affidata alla strumentale “La Fin D’Une Âme (vers un nouveau rêve)”, un finale raffinato e sobrio il cui titolo suggerisce una transizione, preludio di nuove possibilità.