Green Lung: This heathen Land

Nel breve volgere di un lustro e poco più, i Green Lung hanno consolidato il loro status potendo ora ambire ad una collocazione più consona di quella, pur legittimamente ed onorevolmente conseguita, di band di culto.

Alfieri dell’incorrotta scuola dark inglese, ne portano con orgoglio il vessillo, lo stesso inalberato dai Maestri (Black Widow e Black Sabbath), ed ereditato da Witchfynde, Witchfinder General, Angelwitch, nunzi di un suono unico come unica era la matrice culturale che li generava. E quanto ad esposizione, attenta e competente, affiancandosi ad Incubus Succubus/Inkubus Sukkubus ed ai, temo dispersi ormai, Legend da Runcorn.

Il doom terso da prefissi, cementato dalle severe partiture irrorate da ferme melodie che nulla concedono alla leggerezza ed interpretato da una voce autorevole, nella sua forma più pura. Il doom inteso non solo come semplice espressione musicale bensì come officio solenne: “One for Sorrow” con il suo regale portamento ci introduce ai canoni di questo Priorato che non vuole gettare le insegne, e mai lo farà potendo contare su una schiera ristretta ma determinata di discepoli. Essi oggi si affiancano ai solitari, liturgici Solstice, a rafforzarne l’ala epica. This heathen Land – a journey into occult Albion è l’atto d’amore e di appartenenza dichiarato da questi cinque scudieri che a Tom Templar affidano il ruolo di cantore; un collettivo che non può prescindere dalle chitarre del compositore principale, Scott Black, dalla sezione ritmica fedelmente rappresentata da Matt Wiseman e Joseph Ghast, potendo contare sugli interventi precisi e sovente determinanti delle tastiere di John Wright e che con “Song of the Stones” offre i suoi omaggi alla grande tradizione folk albionica. Un brano che si erge dalla foschia di un passato mai rinnegato che i Green Lung reiterano, traghettandolo fino a noi. Titoli come “The forest Church”, “The ancient Ways”, “Mountain Throne” vanno intesi letteralmente: antiche sapienze, riti occulti, “it’s time to explore this heathen land…”. Otto brani anticipati dall’introduttivo “Prologue”, compatti nel loro avanzare deciso, pregni d’una valenza espositiva derivante dall’unicità della loro genesi. Chitarre possenti che s’ingentiliscono accompagnandosi alle tastiere, raramente così a fuoco, ma i Green Lung si collocano alle spalle di altri illustri predecessori quali gli Uriah Heep, cori maestosi, sezione ritmica impeccabile, e la voce che declama l’oracolo, “Hunters in the sky” ne sunteggia contenuti e compiti. Il commiato, “Oceans of Time”, rispecchia fedelmente l’intitolazione. Le tastiere diffondono un tremolante lucore sul manto smeraldino ove il rito viene officiato, le chitarre irrompono, i cori s’innalzano con pompa esibita con indolente orgoglio, la trama sonora è disposta con mano ferma e l’effetto commovente. Alto lignaggio doom.

This heathen Land – The third long-playing record by Green Lung.

Hadrianus:
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