E’ uscito di recente The Slow Down, album del duo britannico Japan Review – Genna Foden e Adam O’Sullivan – specializzato in paesaggi onirici e rarefatti. Il lavoro contiene infatti dieci tracce di matrice elettronica, ove le sonorità appaiono a volte immateriali e altre volte delicatamente sospese, sulla scia di uno stile shoegaze ampiamente contaminato da elementi diversi, a testimoniare di un’inclinazione sperimentale evidente e molto interessante. L’aspirazione al sogno e al visionario, l’aura di pacata malinconia che emana da ogni nota di una chitarra fluida ma non priva di sostanza sembrano essere le caratteristiche di questa musica, il cui ascolto richiama remote armonie e risulta innegabilmente piacevole. L’opener “No Listening” esordisce in chiave shoegaze e con suoni palesemente lo-fi, tratteggiando il più svagato e fugace dei sogni. La seguente “David Chicane” apre un paesaggio più vivace ma non meno onirico, scandito da una ritmica estrosa e discontinua e rappresentato da una tessitura sonora sfumata e, forse, un po’ confusa, qua e là punteggiata da inattesi bagliori, mentre “Go Around” è più ‘strutturata’, caratterizzata com’è da un basso marcato e uno svolgimento frizzante che fa quasi pensare al dancefloor. “It’s North It’s North” traccia, quindi, un gradevole contesto pop con una parte ‘sintetica’ in rilievo e il canto suadente – pur sempre trasognato! – ma è la title track a sorprendere per la citata tendenza sperimentale che la rende del tutto insolita: essa sembra collocarsi a metà strada fra realtà e chimera, abbozzando uno scenario apparentemente senza regole, dominato da note elettroniche quasi allucinate ma dotato di un’intensità autentica anche se non semplice da percepire. Subito dopo, “Oblique One” torna a sognanti canoni shoegaze, optando ancora per suoni nebulosi, per non dire caotici, stavolta però a tinte assai più oscure e “Connie Gustafson”, episodio fra i più orecchiabili, dimostra che, anche dove l’andamento è più brioso, il nostro duo sa che cosa vuol dire malinconia: nuovamente lo attesta, poco dopo, la bellissima “RSS”, che qualcuno ha avvicinato ai Radiohead per la modalità del canto, ma che colpisce con la ritmica emozionante, come connessa ai battiti del cuore, ed è tuttavia pervasa da un senso di mesta nostalgia. Infine, “Lou Deer” conclude con attitudine in parte giocosa, in parte evocativa un disco che va prima compreso e poi apprezzato.