Torniamo a parlare di And Also the Trees, band britannica formatasi nel cuore degli anni ’80, la cui musica si distingue per le atmosfere intrise di malinconia e mistero, caratterizzate da testi evocativi e da una originale combinazione di elementi folk, post-punk e gotici. Con il suo sound particolare e le melodie avvolgenti, And Also the Trees ha saputo creare un universo musicale unico che si trasforma, ad ogni ascolto, in un viaggio emozionale attraverso paesaggi sonori suggestivi e cupi, costituendo la fonte d’ispirazione per molti artisti o comunque influenzandoli in varie forme. Quando lo stile che hanno decisamente contribuito a fondare si è evoluto verso altre direzioni, la band è tuttavia rimasta fedele a se stessa, mantenendo l’impostazione originaria e la peculiare vocazione poetica: l’album di recente uscito, Mother-of-Pearl Moon, ‘costruisce’, ancora una volta, quei paesaggi sonori senza tempo, dalle caratteristiche generalmente eteree e meditative, che fanno tipicamente pensare alla campagna inglese. L’Intro, di poco più di due minuti, apre un severo scenario ‘ambientale’ che sembra orientarsi verso prospettive di grande ampiezza, ma finisce poi con lo scivolare nella melodia nostalgica e nella chitarra fluida e davvero tristissima di “The Whaler”, sulla cui gentilezza spicca il cantato sobrio e quasi ‘parlato’ di Simon Huw Jones. La successiva “Town Square” mantiene il mood malinconico nonostante il ritmo appena rinforzato e l’armonia aggiunta dei fiati, mentre la title track, uno degli episodi più godibili, introduce nell’arrangiamento un tocco esotico e originale che ben si abbina alle tonalità vocali austere ma intense; “This Path Through the Meadow” ribadisce il fascino di una melodia introspettiva unita a un canto pacato e rigoroso. Troviamo poi misteriose influenze folk/orientali in “Valdrada” prima che dilaghi la suggestiva atmosfera di “No Mountains, No Horizon”, pezzo strumentale variegato e complesso, ricco di passaggi onirici e visionari; “Visions of a Stray” è una ballata accorata ed evocativa, raccontata in stile alla Nick Cave. Delle restanti tracce, vogliamo menzionare le sfumature poetiche e decadenti di “Field After Field” e l’oscurità un po’ sinistra della conclusiva “Away From Me”, che chiude con grande classe un album da sentire e risentire.