Il 15 marzo scorso è uscito Graveyard Bound il primo FL di Ivan Cenzi. Per chi già lo apprezzava nelle vesti di esploratore del macabro e del bizzarro, l’album è andato ad aggiungersi al vastissimo catalogo di meraviglie che Ivan ci ha proposto nel corso degli anni. Contattato per l’intervista poco prima dell’uscita di Graveyard Bound, Cenzi mi ha subito messa sull’avviso: “Molte persone che mi seguono su Bizzarro Bazar si aspetteranno, quanto meno, un disco metal… Ebbene, qui siamo in un altro mondo.”
Infatti, Graveyard Bound è un viaggio attraverso sonorità e atmosfere provenienti da folk americano, blues, southern gothic e rock.
Una sorta di carillon d’epoca dai poteri magici, nascosto nel retrobottega dell’antiquario, che, una volta aperto, vi farà incontrare i vostri sogni. O I vostri incubi.

Ciao Ivan, grazie per l’intervista. Per chi ti conosce come esploratore del weird e del fantastico, essendo tu il mastermind di ‘Bizzarro Bazar’, l’uscita di Graveyard Bound, il tuo primo album, è stata una grande sorpresa. Ci spieghi come questo progetto musicale si inserisce nel quadro della tua ricerca sul Meraviglioso?

Ho sempre inteso la meraviglia come un sentimento ineludibile, l’unica emozione possibile di fronte al mistero paradossale del cosmo. Non solo impulso primario, ma primordiale: in questo senso la musica è forse una delle più antiche pratiche magiche nate dalla contemplazione del mondo. Trovo affascinante l’immagine ipotetica di questi primati che, sgomenti di fronte alla volta stellata, a un certo punto cominciarono a battere la pietra seguendo il ritmo del proprio cuore, a intagliare il legno per soffiarci dentro come il vento fra le canne, a stendere pelli o attorcigliare budella di animali affinché vibrassero, a lavorare i metalli per liberarne il tintinnio celato. Questo trasformare la materia del mondo in suono, capace di viaggiare attraverso l’aria, da un luogo a un altro, da individuo a individuo – ai miei occhi è un puro atto alchemico. A causa della sua natura così sacra, ho sempre avuto una particolare reverenza di fronte alla musica; e immagino che questo sia anche il motivo per cui le canzoni di Graveyard Bound affrontano temi non proprio leggeri.

 

Graveyard Bound, come tu stesso hai annunciato, è un disco che mixa “psych rock, swamp blues, suoni etnici e gotico americano”. Oltre a Tom Waits ci ho sentito anche anche David Ackles con i Rhinoceros, Jason Molina e perfino una puntina di 16 Powerhorses. Quali sono i tuoi musicisti di riferimento?

Ci sono dei compositori che appena li ascolti arrivano dritti come una freccia nel punto più nascosto del tuo essere, con una scossa attivano tutti i gangli nervosi del corpo, e a ogni ascolto ti ritrovi con le ossa e il cuore squassati. A essere fortunati, di artisti simili se ne incrociano tre o quattro in tutta la vita: per me Tom Waits è stato sicuramente uno di questi. Un altro personaggio che per molti anni mi ha ossessionato è Don Van Vliet, ovvero Captain Beefheart; e poi Dr. John, Bob Dylan, ultimamente Leon Redbone, ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Nel quotidiano, però, mi capita di ascoltare più spesso blues rurali degli anni ‘30, dixieland jazz, le registrazioni di Alan Lomax, insomma tutto quello che viene definito roots music. Nulla mi attrae quanto le melodie vecchie e polverose, e se mi avventuro ad ascoltare qualcosa di più recente, di solito è per seguire qualche splendida stramberia tipo Ween, Bob Log III, Primus, Tiger Lillies, Residents, ecc.

 

I generi musicali che hai scelto, la tua voce e le liriche se, da un lato, portano l’ascoltatore in atmosfere innegabilmente oscure e perturbanti, dall’altro lo lasciano con il dubbio che sia tutto uno scherzo, seppure macabro. Qual è la cifra interpretativa di Graveyard Bound?

Non sta certo a me suggerire interpretazioni, per carità, però l’ironia è un elemento fondamentale. Può darsi che sia tutto molto serio; o al contrario, come sospetti tu, che sia tutto un gioco. Magari è entrambe le cose.

 

Nella presentazione dell’album dici che le tue canzoni esplorano “lo spirito dell’inverno, l’estasi, la violenza sacra, la malinconia, il matrimonio tra crudeltà e bellezza, la morte.” Cosa rappresentano per te questi concetti? Ce li descrivi?

Con quei concetti mi riferisco a quel tipo di bellezza che «sarà convulsiva, o non sarà», cioè in definitiva tutto ciò per cui vale la pena vivere, no?

 

Per comporre le canzoni ti sei ispirato a storie incontrate durante le tue ricerche?

No, ma le canzoni nascono dallo stesso senso di eccitazione e spaesamento che provo quando scopro qualche vicenda strana e incredibile. Sono canzoni che costantemente suggeriscono una realtà fumosa, i cui margini si confondono e in cui ogni pretesa di normalità viene a cadere.

 

Ci sono anche riferimenti letterari e cinematografici?

C’è qualche strizzatina d’occhio scherzosa (Whitman, Goethe, Chuang-Tzu, ecc.), ma penso che l’immaginario a cui ho attinto maggiormente, in maniera più o meno conscia, sia quello dei country blues, delle filastrocche, delle murder ballad, insomma lo storytelling della tradizione folk americana.

Oltre a te, nel disco suonano Francesco Zanella, Luigi Ladisa e Claudio Marchetti. Ci racconti qualcosa di loro e di come hanno contribuito a questo progetto?

Noi quattro siamo complici fin dall’epoca del liceo, i primi passi nella musica li abbiamo mossi insieme. Il repertorio della nostra band era inizialmente costituito da musica anni ‘50 e ‘60, cover di Chuck Berry o dei Beatles, ecc. In quegli anni in cui tutti i ragazzini della nostra età suonavano Nirvana o Guns’n’Roses, adoravo la sensazione che fossimo sempre un po’ fuori posto nelle line up dei festival estivi di provincia.

In seguito, l’unico tra noi che si è dedicato professionalmente alla musica è stato Claudio, che ha finito per diplomarsi in conservatorio; ognuno ha preso la sua strada, e siamo finiti a vivere in città diverse. Però l’aver iniziato assieme ci ha lasciato in dono quel piccolo miracolo, rinnovato ogni volta che ci rivediamo, di saper comunicare tra di noi suonando, senza bisogno di parole – fino al punto di avere delle vere e proprie inside joke sotto forma di note.

Avere a bordo i miei vecchi amici ha quindi significato poter contare su una totale libertà nello sperimentare soluzioni diverse, una spontaneità impossibile senza la conoscenza pluridecennale che ci lega. Nell’album le tastiere di Luigi caratterizzano alcuni pezzi in maniera marcata, dall’organetto “fine-di-mondo” di Armageddon Stomp al pianoforte di Making It Up. Grazie a dio il conservatorio non è riuscito a snaturare l’entusiasmo sperimentale di Claudio, che in questo disco suona, oltre alla batteria e gli altri strumenti a percussione, anche una bombola del gas e una pala piena di ghiaia. E infine il sound di Graveyard Bound non sarebbe lo stesso senza il basso di Francesco, che a volte sembra davvero uno strumento solista; sono sue anche alcune chitarre e soprattutto l’harmonium della title track.

 

Ultima domanda: un disco che ti piace e del quale consigli l’ascolto?

Nel 2021 ci ha lasciato Alain Croubalian, un artista eclettico che ho sempre ammirato molto: era il fondatore dei Dead Brothers, una “funeral orchestra” svizzera capace di muoversi disinvolta attraverso i generi più disparati, con piglio punk-brechtiano e una sensibilità particolare per le atmosfere dark e rétro. In seguito all’improvvisa scomparsa del leader, la band si è sciolta definitivamente, e mi pare un momento adeguato per ripercorrere il loro lascito. Un loro disco che amo molto – non solo per il titolo, chiaramente vicino al mio mondo – è Wunderkammer (2006).