Le anziane sacerdotesse osservavano, con occhi apparentemente impassibili, la folla idiota contorcersi assecondando il ritmo irregolare decretato da culti rinnegati. I loro cuori sanguinavano, essendo queste scene già accadute, anche se il Tempo le aveva ricacciate in un remoto anfratto. Ma l’essere umano non ricorda, la memoria ammonitrice blandendo con l’inganno, essendo essa un peso insopportabile per le anime grette. Bastò un gesto, un unico, misurato cenno di quella che appariva come la più autorevole fra esse, e le fiamme divamparono in un unico, immenso e terrifico crogiuolo ove carni ed ossa vennero ridotti in cenere, tosto spazzata via da un vento millenario. E tutto allora tacque. Solo una lontana voce rompeva quel silenzio. La voce della saggia, di colei che deteneva la sapienza antica.

Bene ha fatto l’organizzazione di “Protagoniste” ad inserire in tabellone Lili Refrain. Una scelta quanto mai opportuna, essendo Essa portatrice e dotata di una visione artistica distintiva, accolta con meritati interesse e rispetto anche oltreconfine. Una collocazione ovvia quella internazionale, ma non per tutti… I recenti riconoscimenti attestati dall’aver calcato gli stessi palchi di The Cult/Death Cult ed Heilung sono, non solo per chi modestamente firma, l’approdo naturale ad un contesto che le spetta. Ma il percorso per conseguirla è assai tortuoso, e Lili Refrain lo ha compiuto con salda determinazione e facendo ricorso ai talenti indubbi che possiede.

Il suo ultimo lavoro, il quinto, “Mana” (uscito per Subsound Records, stima assoluta, recensito impeccabilmente da Mrs. Lovett) risalente al 2022, fu nominato “disco italiano del mese” da Rumore. Mana è forza vitale. Quella che possiede, dentro, quella che palesa sul proscenio. Un lavoro che Ella dedicò a quell’insieme di discipline noto come kung-fu, un elemento, la disciplina interiore, che è uno dei fondanti la sua esposizione e, significativamente, “to nomads, migrants, fugitives, castaways and wandering travellers…”. Tradurre è superfluo, vero?

Cosa è cambiato da “Lili Refrain”, da “9”, da “KAWAX” e da “ULU”? La Donna è la stessa, l’Artista è la Stessa? No, sappiamo che non può essere così. Il Tempo scorre lasciando segni sulla pelle, ma ancor più nel cuore. Emozione dopo emozione, esperienza dopo esperienza.

La maturità. Ma anche la caducità dell’essere umano. Ecco la sua grazia, i suoi modi gentili, pacati.

L’ambiente è ideale per accoglierla, più dei grandi palchi e delle manifestazioni affollate. Non che non le meriti, tutt’altro (Roadburn, Desertfest non sono un caso). Ella è lì, sul palco, sola con i suoi strumenti. E con la sua anima. Forte ma non tracotante quando con movenze lente eleganti percuote le pelli ed imbraccia le chitarre, umile e graziosa quando generosamente si rivolge al suo pubblico, quando con modestia illustra l’origine del “suo” suono, del flusso cosmico che empie la sala. Ancora una volta, uno strato sull’altro, la macchina che intesse, la voce che illumina, che indica la strada, lunga, da compiere. Le foglie che cadono, l’una sopra l’altra, autunno dopo autunno, inverno dopo inverno. Un velo che si fa sempre più spesso, ogni anno uguale, ogni anno diverso, ogni stagione un ritorno ed un ricominciare. Un set breve? No, è il ritorno all’essenziale, il ricupero di ciò che ha davvero valore. Anche il Tempo. Che scorre veloce, eppur par fermarsi.

La carovana esausta si arrestò dinanzi all’enorme cancello rugginoso, eretto in ere remotissime da esseri che vennero prima di tutto. Le grate incrostate s’aprirono, i cardini rugginosi emisero un lamento che era pianto. Oltre, v’erano cataste d’ossa, alcune abbattute, altre ancora erette. I resti di coloro che osarono invano sfidare i Giusti, e che per le loro azioni dissennate vennero puniti. Memorie che sono custodite da Divinità provenienti da un passato che non si può calcolare in anni, secoli o millenni, perché è a tal punto antico, che il Tempo stesso non si ricorda di Loro.

Photo by Arrigo Cabai

Note dal mio taccuino:

Performer intelligente ed acuta, azzera la distanza tra Artista e Pubblico, senza per questo donarsi troppo: espone e rappresenta gli strumenti che utilizza e che creano il flusso sonoro che caratterizza la sua opera. La figura graziosa che assume con posa assai spontanea le sembianze dell’officiante, essa si muove con autorevolezza, percuote le pelli ed imbraccia le chitarre nell’unica concessione all’apparato rock. Ma è “rock” questo? Sì, se ci limitiamo alla sua esausta narrativa. Dead Can Dance e Sunn O))). La voce. Strumento. Parole? Suoni. “Earthling”, “Travellers”.  La Buriazia. Le sciamane della Čukotka. La savana pietrificata. Il canto delle donne Mongole. Gutturale, profondo inteso, sale dalle viscere per erompere nell’aria gelida che pare cristallizzarlo. La liturgia del gesto, e della parola.

Anche quella notte Betelgeuse sorse compiendo il suo ciclo eterno. Ma laggiù, sulla superficie isterilita che un Tempo era stata la Terra, non c’erano più occhi ad ammirare il suo brillio.

Scaletta Trieste – Teatro Miela Bonawentura – Rassegna “Protagoniste”

Ichor (da “Mana”)

Sangoma (da “Mana”)

Mami Wata (da “Mana”)

Terra 2.0 (da “Lili Refrain”, ove è “Terra”)

Nature Boy (da “KAWAX”)

Travellers (da “Mana”)

Earthling (da “Mana”)

Discografia:

Lili Refrain (2007)

9 (2009)

KAWAX (2013)

ULU (2020)

Mana (2022)

Photo by Arrigo Cabai