Lunghe divagazioni lisergiche che si muovono con destrezza come il cavallo arabo, nobilissimo animale. TBF sono un trio romano al suo esordio in lungo, contando su un ep (“Mitclan” del 2018) ad inaugurare ufficialmente la sigla. Stoner rock strumentale che scuote la ragione dalle tenebre, chiamandola a quella luce che il titolo evoca. Sei sono le tracce, cinque nuove e la lunga “Ayahuasca” dal precedente ep a chiudere, sospese tra furia strumentale e l’illusione di pace di “Tredici”, che ci estradano in un mondo apparentemente lontano, in realtà a noi prossimo, anche se non vogliamo vedere ciò che colà accade. Ci colpiscono con il maglio, ma ci offrono pure il conforto dell’acqua che ristora il nostro corpo provato dalla marcia, dalla sabbia che penetra le vesti, dal caldo che opprime. O dal gelo della notte che non finisce mai, così sembra. Gli inserti recitati richiamano al presente, destano nostri sensi ottusi dall’onda frastornante prodotta dagli strumenti, addomesticati da questo trio assai determinato. “Solaris” ascende alle vertiginose vette che sfiorano il cielo incupito, con la citata “Ayahuasca” gli episodi cardine, quelli più a fuoco, di un disco che va considerato in divenire, perché certamente da esso evolverà la vera anima dei TBF. Una prima da segnare. An-Nûr. La Luce.