In attività da pochissimi anni, i They Die sono già al terzo album, intitolato Black Magic. Creatori di una musica che, sulla scia degli anni ’80, potremmo definire una profonda immersione nella più  intensa e tenebrosa malinconia, i nostri intrecciano l’estetica oscura del goth e del death-rock di quell’epoca con una moderna synthwave dai suoni totalmente freddi, con esiti così positivi da aver loro consentito una rapida avanzata nella scena dark italiana. A potenziare il sound, emergono, da un lato, l’influenza ‘industriale’, con effetti davvero pesanti, dall’altro il carisma del canto di Simone Scarani, le cui capacità vocali e interpretative modellano e dominano l’atmosfera. Black Magic contiene queste caratteristiche e le riporta al presente, filtrandole attraverso una originale sensibilità elettronica che attenua o, piuttosto, ‘aggiorna’ il legame con la tradizione, lasciandone però intatta l’efficacia seduttiva e offrendo un’esperienza musicale immersiva e unica per noi amanti delle sonorità dark. Il ‘viaggio’ inizia con “Glass Girl” in un’atmosfera che riconosciamo dopo pochi secondi: la chitarra di Griggio è qui uno dei punti di forza e anima i momenti di maggiore intensità così come il canto di Scarani che oscilla fra impeto e tormento. Subito dopo, con la ballabile “Tied to My Bed” si devia verso canoni darkwave ove domina l’elegante contributo ‘sintetico’ di Ricci ma la voce conserva l’attraente ruvidezza, e lo stesso mood prevale in “Call My Name”, più sostenuta nel ritmo e ideale per i dancefloor di genere, oltre che per le esibizioni live; “Unsaid Words” è forse l’episodio più oscuro e misterioso, con una sorta di inquietante alternanza di luce e ombra in cui è comunque quest’ultima a vincere. Troviamo, quindi “Remedy”, con ritmica vivace e quel tocco squisitamente ‘gotico’ che cattura, mentre la title track introduce elementi ‘industriali’ che accentuano la durezza – e la freddezza! – del contesto. Poi, bypassata la grinta cupa e, ancora una volta, ‘gotica’ di “Denied”, l’inizio di “Behind U” ricorda vagamente “Feral Love” di Chelsea Wolfe ma si orienta da tutt’altra parte, evocando visioni forse anche più tenebrose e “Our Blood” conclude in modalità ‘danzereccia’ – ma nella più nera delle notti” – un album che ci piace.