Siamo arrivati al terzo album di Whispering Sons intitolato The Great Calm, curato direttamente dalla band in ogni aspetto, inclusa la produzione, e contenente una serie di mutamenti che non si può certo dire abbiano limitato il carisma e il seguito che i nostri hanno raggiunto in questi anni. Anticipiamo subito che The Great Calm è un disco bello e intenso, in cui le caratteristiche positive dello stile di Whispering Sons appaiono ben evidenziate, se non accentuate: la chitarra di Kobe Lijnen è tornata ad essere generalmente il fulcro delle canzoni, con riff taglienti e impetuosi, mentre il basso ha mantenuto il ruolo significativo di sempre, creando la base solida e grave per il lato oscuro della loro musica; la voce della frontwoman Fenne Kuppens è distintiva e incisiva come al solito, ma i toni, cupi e gelidi al tempo stesso, risultano anche più penetranti di prima. L’opener “Standstill” mostra ossatura ritmica decisa e un’energia scattante di tensione, generata soprattutto dal bellissimo basso: la voce profonda – ma anche febbrile – di Kuppens si staglia su questo sfondo sonoro, trasmettendo un’aura di inquietudine e potenza. Subito dopo, “Walking, Flying” sottolinea i legami del gruppo con le radici del postpunk: ecco il ritmo veloce e pulsante, il basso ancora dominante e gli inserimenti ‘sintetici’ che arricchiscono con ulteriori strati di atmosfera e texture il sound complessivo, richiamando band iconiche come Joy Division e The Cure, ma modernizzando abilmente la loro lezione; “Cold City” si distingue per il paesaggio freddo e malinconico, che si sviluppa su basi ‘sintetiche’ cupissime quanto distanti, evocando immagini di una città immersa nell’oscurità e nel gelo. Troviamo quindi le laceranti note di chitarra di “Dragging” in perfetta interazione con l’urgenza del basso, mentre “Something Good” incalza con ritmica e voce, che qui risulta quasi affannosa; “Still, Disappearing” rallenta per attraversare scenari di desolazione, esalando malinconia e introspezione con incisive note di piano. Arriva poi del tutto inatteso il pezzo anomalo “The Talker” che, forse per conferire un tocco di freschezza/leggerezza, esibisce una vivacità e una dinamicità che contrastano visibilmente – magari eccessivamente – con le atmosfere fin qui sperimentate e con l’abituale mood della band. “Balm (After Violence)” sancisce tuttavia il ritorno – nuovamente con un triste piano e tonalità vocali tormentate – dell’attitudine depressa che, seppur intervallata da ondate di rabbia ‘chitarristica’, pervade, in effetti, anche la seguente “Poor Girl”. Delle restanti tracce, ci limitiamo a segnalare la conclusiva “Try Me Again” che chiude in passionale modalità postpunk, con chitarra di impatto e canto veemente, un album da amare.