Per noi che li seguiamo con attenzione fin da “2003”, e risalendo l’impetuosa corrente del Tempo fino all’epoca Fear Of The Storm, l’avvento di un disco di portata tale come Choices non dovrebbe meravigliare. L’approdo all’illuminata MKM con “Regalerò il mio tempo”, la sofferenza ed il dolore affrontati con ferma grazia, “Monsters” che s’apriva ad un ulteriore passo in avanti.

In vece, proprio per questo, proviamo un magnifico sentimento di approvazione, di piacere autentico.

Evitiamo giri ed indugi, Choices legittimamente ambisce a statura di disco internazionale. Fieramente infitto nel cuore duro della Sicilia, esso travalica confini di genere, ovvero nel senso stesso del verbo, quale linea di demarcazione, delimitazione. Ingloba, approfondisce, metabolizza e si espone con finissima eleganza, ampliando la sua portata oltre i diciotto episodi che lo definiscono. Canzoni strettamente interconnesse tra loro in un continuo ed inarrestabile flusso di emozioni, guidate dalla voce di Valeria e da quella di Carlo, che si prende ampi spazi sempre accompagnato dall’eco discreto della sodale, che sono già proiettate verso il domani, perché tale è il talento che essi fomentano ad ogni passo artistico compiuto, che impossibile è solo immaginare una semplice pausa. Quante belle canzoni intarsiano la superficie di Choices, da una “Dreams behind a barbed wire” che è piccolo gioello di pop coltissimo (è chiaro a tutti che “pop” non è una sconcezza, provate voi a scrivere la canzone pop perfetta… BF docet), con gli strumenti che s’inseguono in una corsa perdifiato attraversando prati verdissimi, gli echi crimsoniani che aprono “Run out of tears” ove “Dreams…” si tuffa, la tromba ishamiana del fedele Gaetano Fontanazza, l’italiano assimilato con grande competenza in “Amore e libertà”, perché la lingua, lo sottolinea un Friulano, non è e non deve essere d’ostacolo (leggasi Massimo Silverio). Una canzone che per la ricchezza dei suoi tessuti (sì, ascoltate la tromba ed immergetevi nel Sylvian più diafano) merita il riconoscimento (lo pretende!!!) di quella critica nazionale costretta a procedere a stento nel buio eterno dell’inettitudine. A volte, perdonatemi il ricorso ad una banalità, basta davvero poco: “Salamanca”, un minuto esatto che addensa tante idee alle quali altri ricorrerebbero per un disco intero. Oh, il pop colto, eccolo ne “In the middle”, con quella condiscendenza (attribuitele un’accezione positiva) che ci rimembra le notturne passeggiate sui tetti dei Blue Nile (“The night of the world”), od i balenii di creatività (ed intelligenza) dei Tears For Fears (“Choices”, sufficienti sono i suoi tre minuti scarsi…). Ma Choices, il disco, è tanto altro ancora. E’ ogni uno di noi, care e cari, che si legge, che s’indaga, che s’affronta a viso aperto, che azzarda delle scelte. Prima con noi stessi, l’esame più difficile, che con gli altri.

Disorientati? Sì, smarritevi tra le note, per poi ritrovarvi in un cantuccio, e stupirvi di come ci siete arrivati.

Sabato mattina, presto, l’umanità ancora giace nelle sue camere. Silenzio, nel giardino dinanzi casa i tigli stanno rafforzando le loro verdi chiome per prepararsi all’estate, due cince amoreggiano. Gatti indolenti s’accattivano i raggi del sole sorto da poco, ma già robusto. Una campana lontana spande il suo suono, un po’ greve, nella campagna che freme del risveglio.

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