Domenica, rientro da passeggiata mattutina. Sole levato da poco. Cielo terso, leggerissima brezza secca, tesa e fresca.

Ci sono alcuni generi (definizione che adattate al vostro estro), che non possono prescindere da una componente sacrale. Il doom e l’ambient (che molto hanno in comune al dì là del calco espressivo) fra questi.

ILUITEQ accoglie Lorenzo Montanà per quest’operazione inclusiva che incarna lo spirito più curioso (nel senso di indagatore) di un genere che per sua natura si apre a fruttifere collaborazioni. Sergio Calzoni ed Andrea Bellucci, le due anime di ILUITEQ, hanno rilasciato nei trascorsi mesi corpose testimonianze del loro infaticabile spirito creativo (“The light inside, the dark outside”, “Reflections from The Road” e la sua figlia “Reflections/Revisited”, i “Droneworks” a titolarità Orghanon), trovano ora valido compagno di viaggio (una perfetta sintesi naturale, verificato il risultato finale) in Lorenzo Montanà, compositore, produttore, ingegnere del suono con all’attivo collaborazioni illustrissime (con Alio Die condivide “Holographic Codex”), prima fra tutte quella con Pete Namlook.

Come sempre supportati dall’accorta label di Oakland, Essi condividono una visione unitaria del suono, della sua architettura, della sua esposizione: trame delicate che si sovrappongono a formare un disegno articolato ma non complesso bensì chiaro. Perché ricorrere a temi oscuri di difficile assimilazione, quando la sensibilità è tale che verrebbe così circoscritta in un cerchio sempre più stretto e soffocante? Un suono discreto che crea un flusso che rende l’ascoltatore partecipe, che lo invita a seguire i tre facitori, rarefatto e sospeso, in viaggio attraversando viste (ambienti, appunto) dalla sorprendente bellezza, quasi un inno alla Natura che ci è stata affidata e che dobbiamo conservare. Non mancano gli episodi più introspettivi, con “Noesi” si fa ingresso nel Tempio semibuio ove monaci silenti percuotono strumenti di fattura aliena, od ove la memoria ci riconduce al cammino di “The Road” (“Daimon”), ma ogni singola composizione certifica il valore altissimo di un’opera unitaria. “Pneuma” è il vuoto che riempie di rimbombi e di rumori il buio popolato di entità fluttuati, è il suono che sale lento dagli abissi marini, pazienti custodi di resti e testimoni di tragedie che apre “Aletheia” e quindi Katà Métron, il disco, mentre la singola composizione omonima allarga la visione dall’alto di picchi vertiginosi rivestiti dall’algida coltre di ghiacciai solenni, ai piedi dei quali si stende il latteo manto uniforme dei nembi che celano allo sguardo (ma non frenano l’immaginazione) rutilanti paesaggi sottostanti. Soffi IDM, tocchi leggeri, rarefazione, sospensione. Il canto privo di voce. La quieta. “Prometheus” ci accompagna all’epilogo, alla fine del viaggio sostenendo le nostre stanche membra.

La giusta misura, l’armonia. L’ascolto di Katà Métron a questo ci ispira. Non è una ferrea guida, un rigido manuale. Il raccoglimento e la contemplazione.

Katà Métron è un disco che non palesa incertezza, che si muove deciso, un’opera di livello eccelso che rappresenta la sintesi perfetta di singoli talenti.

L’ambient al suo apice espressivo.

 

Lettura consigliata: “Trance & Drones” di Gino Dal Soler ed Alberto Marchisio, Castelvecchio Edizioni. Pubblicata nel 1997, per questo non di facile reperibilità.