Mio Padre, solido Friulano, era solito dire “chi lavora bene va sempre lodato”.

Non è questione di genere, che certo va esaminata, tanto di “lavorare bene”, di svolgere il proprio compito con diligenza. E’ quanto fanno gli In Autumn in What’s done is done, terzo capitolo d’una serie iniziata nel 2013 con “Reborn” e contante un altro capitolo, “Greyerg” del 2018. Uscite rarefatte, ma se andate indietro nel tempo ed indagate, troverete la ragione stessa che informa l’ultima pubblicazione che stiamo prendendo ora in esame.

Disco che s’accende con l’imperiosa title-track, trascinata nel gorgo del death doom da un apparato strumentale vigoroso istruito a dovere da un quartetto solido ed evidentemente esperto, ben fronteggiato dal portavoce Giuliano Zippo, a suo agio sia nei frangenti più raccolti che in quelli più aitanti e ben inserito nelle dinamiche del complesso (del quale è entrato a far parte nel 2020). E se le fonti sono limpide e manifeste, non si può muovere loro l’accusa di riscorso alla facile adulazione, gli In Autumn sono orgogliosamente e genuinamente legati ad una forma espressiva che è ormai canonizzata, ma che può riservare ancora attenzione. What’s done is done è una collezione di brani ben eseguiti e redatti in esemplare calligrafia, come “Lucid dream” che alterna quiete a irruenza mantenendo un profilo narrativo stabile che impatta sulla sensibilità dell’ascoltatore. La chitarra del fondatore Cristian Barocco intreccia instancabili trame complesse, la sezione ritmica (Diego Polato al basso e Marco Liotto alla batteria) dispiega una forza indicibile, la voce mostra virile compostezza, “Inside my soul” aggiorna i manuali del genere, l’attenzione riservata alle armonie, irrinunciabili anche quando si abbraccia le ali estreme, è palese perché questa musica non può prescindere dalle emozioni che essa suscita. Inoltrandosi nella selva oscura (ma rischiarata da lampi di luce abbagliante) ci si imbatte in episodi che si celano dietro un classicismo di maniera (ma non per questo meno efficaci), l’ambient strumentale di “Breathing the void” concede una meritata pausa, prima che il cammino riprenda con vieppiù determinazione, riservandoci What’s done is done la sfuriata doom di “The illusion of reality”, le derive gothic doom della narrativa “Block” e la funerea marcia di”Strange thoughts”, abbandonandoci infine all’abbraccio mortale di “I see you”, quasi un monito lanciato all’indirizzo di chi mostra ancora esitazioni, altra canzone dall’impatto memorabile.

Quel che è fatto è fatto (e bene!).