Per quanto il vincolo che lo stringe alle origini sia (come, se non per tutti, per la maggior parte di noi almeno), inscindibile, è quanto mai necessario ampliare il portato artistico di Massimo Silverio, non solo alla luce degli ancora recenti riconoscimenti tributati da ben più illustri di chi scrive. La sua forma espressiva si mostra quanto mai duttile, plasmabile senza tracimare dall’alveo nel quale si è formata, che è la Lingua della sua/nostra/mia Terra. Nessuna foga d’esclusività, chiarisco subito. Siamo i primi ad accogliere, memori che tanti altri lo hanno fatto nei secoli passati, secoli e secoli amen.

Il Cjargnel come urgenza espressiva che lascia spazio e si fonde con l’inglese (“Colâ”). La peculiarità della Lingua nativa affidata ormai a pochi, e l’universalità dell’altra, che Silverio incastra, fonde con pazienza, rendendola una comunione naturale, per fino ricercata.

Massimo Silverio non è un alieno caduto sulla Terra. La sua visione, la sua Poesia rappresentano con parole aspre una quotidianità ormai sfocata, consegnata ad un passato che non è polveroso, tutt’altro, è ancora qui tra noi. Dotato di una capacità di sintesi rilevante, egli osserva il mondo che lo cinge con sguardo che è quello del disincanto, ricorrendo ad un ossimoro, con ieratica laicità, ma anche con appassionata partecipazione. Quella che ottiene, magneticamente, dal suo pubblico. Che, come quel mondo, non è piccolo, ma può espandersi all’infinito. Il suo talento più grande, usare la sua Arte per narrare piccoli gesti che vanno a formare una unica, grande epica quotidiana, spogliata però da qualsisia retorica od arrogante posa. Ed i suoi sono gesti semplici, naturali, impacciati all’inizio poi si sciolgono.

Ma l’esibizione di Massimo Silverio è sì suono, è sì parola, voce, vocalizzo, ma è anche silenzio. Pausa. Attesa. Di un qualcosa che accadrà (la notte prima del distacco dai luoghi che ci hanno visto nascere, per andare dove?). Di una nuova vita (une gnove “Šcune”). Dell’epilogo inevitabile d’una altra, la Morte. La penombra del palco rischiarata dai fasci di luce dei fari, il drappo del buio lacerato dai lampi che scoprono alla nostra vista selvatiche sagome nere, dietro le quali immaginare braci rosse di occhi smaniosi. Il vuoto silente che si empie del rumore lontano, che cresce e cresce, del tuono, ovvero del sibilo del vento che trascina via con sé schegge di ghiaccio. O del fiocco pesante che cade sul manto già formato, in un lieve tonfo attutito dalla materia ovattata. Il silenzio che è rotto dal canto che sale dal fondo, d’una vallata o dell’anima, che s’insinua nella coscienza, nella memoria. Il gelo che apre la pelle facendola sanguinare, il fluido rosso caldo che si raggruma, formando una “Grusa” (“Agnorums, su trois ca corin sul trimâ”/”Antico ere ed ere/Che corre il sentiero di un brivido”). Sospinto dal suono edificato dai suoi due fidi sodali, clangore e vibrazione, vibrazione o clangore. Drone music ed ambient, scheletrico folk appalachiano, un set breve e raccolto, lui in mezzo, vistût di neri come un plevan (la citazione, doverosa, è di Paolo Cantarutti/Pauli Cantarut), Manuel Volpe alla sua destra, Nicholas Remondino alla sua sinistra, a sostenerlo e quasi a proteggerlo, a riempire spazi tenendosi pronti a ritirarsi, ad ammutolire i loro strumenti. Fino al finale, al rientro solitario, affidandosi/ci alla meravigliosa elegia buckleyana di “(Grim)”. Il grembo. Dicono che quando la vita s’appressa a lasciarci, è lì che torneremo, per un istante, prima che tutto taccia.

“Ador dal grim/di âga in fin/Gleisa e grim/Nampli Frut/Çondar di flums/Torna chi”

“Stretto al grembo/Di tutta l’acqua che scompare/Tempio e Grembo/Pura goccia/Svuotata di fiumi/Torna qui, torna”

Scaletta Trieste 26/4/2024 – Teatro Miela

Šchena

Criure

Nijò

Jevâ

Šcune

Grusa

Colâ

Algò

Piel

(Grim)

Massimo Silverio/Manuel Volpe/Nicholas Remondino

 

 

Hrudja è una produzione Okum

https://okum.bandcamp.com/album/massimo-silverio-hrudja

Sul disco hanno suonato:

Massimo Silverio, Nicholas Remondino, Manuel Volpe, Luca Sguera, Michele Anelli

Hrudja è prodotto e missato da Manuel Volpe, arrangiato da Manuel Volpe, Massimo Silverio, Nicholas Remondino. Arrangiamenti addizionali di Leo Virgili.

Traduzioni curate da Massimo Silverio e Claudia Ferigo

Une famee.