E’ uscito da non molto il nuovo album del duo milanese Pinhdar – Cecilia Miradoli e Max Tarenzi – ed è ancora più bello del precedente. A Sparkle on the Dark Water segna infatti un traguardo di maturità, consapevolezza, solidità e valore che forse non ci aspettavamo già adesso, ma che è comunque innegabile. Non che i dieci brani del disco mostrino enormi cambiamenti: le loro atmosfere hanno sempre il colore di una sofferta malinconia e vi affluiscono spunti e idee di ogni tipo, all’insegna della libertà da tutte le etichette e di una manifestazione di sé audace e anticonvenzionale, che siano canoni ambient o darkwave, ethereal o trip-hop, seguendo solo un’ispirazione feconda e originale. La musica di Pinhdar è diventata più ‘sostanziosa’, quasi lussureggiante, più sontuoso il canto di Mirandoli e più ariosi i paesaggi descritti e che mostrano, all’ascolto, tutta la loro suggestione: sempre importanti, infine, le parole e le riflessioni che le animano, come scintille nell’acqua scura. Apre “In the Woods” con chitarra fluida e note elettroniche tese e vagamente misteriose, sulle quali si elevano le tonalità avvolgenti di Mirandoli che sviluppano la più armoniosa delle melodie. Subito dopo, “Cold River” opta per un contesto più tenebroso scandito dal basso rimbombante e la voce si adatta perfettamente allo sfarzoso clima ‘goticheggiante’; insiste su visioni assai fosche la successiva “Home” in cui il tormento si esprime soprattutto attraverso ‘acuminate’ note di chitarra, mentre la bella “Little Light” opta per un freddo scenario elettronico, decisamente ‘ravvivato’ dall’intensità della voce, capace di limpide suggestioni. Troviamo, quindi, “Murderers of a Dying God” e le sue leggiadre note di chitarra, con la voce di Mirandoli che spande una malinconia soave, mentre della splendida “Humans”, uscita come singolo, non si possono non amare le sfumature trip-hop, la trama elettronica, e le tonalità struggenti del canto che racconta parole importanti; l’inclinazione trip-hop, del resto, si rileva fortemente anche in “Frozen Roses”, altro singolo estratto, una melodia preziosa fra delicatezza e oscurità. Infine, la ritmica animata seppur garbata della meditativa “Abysses” e la chitarra liquida quanto elegante e il canto languido di “At the Gates of Dawn” concludono in modo magistrale un disco bellissimo, virtualmente già presente nelle classifiche del 2024.