Varg I Veum: Recensione e intervista

Dalla Saga di Frithiof a John Milton, da Yeats e Blake a Oscar Wilde, ‘Varg I Veum’, l’omonimo album di debutto del duo Policella / Mozzillo uscito via Swiss Dark Nights all’inizio di questo controverso 2024, ci proietta nell’immaginario di un Nord Europa mitico e di un Romanticismo inglese che, nella poesia, trova un’ispirazione per raccontare la dimensione dell’esilio. 

‘Varg I Veum’ narra della perdita di contatto con il sacro, visto come dimensione prossima a dissolversi in un presente la cui cifra distintiva è la profanazione continua del naturale e dell’umano.

Temi complessi, associati a un tessuto musicale che, come un immenso arazzo campeggiante sul freddo muro di un salone in una fortezza medievale, si sviluppa nei mille racconti delle otto tracce selezionate per questo esordio.

Il disco è composto da un’alternanza vocale perfettamente amalgamata alle atmosfere evocative create dai synth e alle drum machine che segnano il passo marziale di chi deve combattere fino alla fine, ineluttabilmente e, nonostante questo, trova il coraggio per danzare e amare.

Alessandra e Michele (sì: lui è la voce dei mitici Hapax; lei la mastermind delle liriche) sono le due facce di un album nel quale il “folk” incontra l’elettronica con un risultato sorprendente, tanto più se pensiamo che le ispirazioni musicali – delle quali leggerete nell’intervista che segue – in realtà hanno solo suggerito una linea.

Da bravi outsider (“Varg I Veum” significa anche questo) i due esplorano le possibilità di accostamenti coldwave/tribal/medieval folk senza mai perdere di vista la coerenza armonica: brani come ‘Wolf’s Bane’ e ‘The Seafarer’ – fra le mie preferite, insieme a ‘The Dim Glass’ e alla title track, nella quale la voce di Alessandra ci introduce sapientemente a un’oscura liturgia – sono esercizi di volo di un corvo lucente su una cupa distesa di ghiaccio.

L’originalità di ‘Varg I Veum’, infatti, è nella sua sfida, nemmeno tanto implicita, a varcare i confini del genere. Una creatura bifronte, forse ancora legata a una certa malinconia per un passato non del tutto dimenticato, ma che contiene il presagio di un futuro in evoluzione, finalmente altro.

L’album su Bandcamp: https://vargiveumviv.bandcamp.com/album/varg-i-veum 

Intervista

Ciao Alessandra e Michele, grazie per il tempo che dedicate a questa intervista. Iniziamo con una domanda canonica: come è nato il vostro progetto?

“Varg i Veum” è un progetto che ha avuto una lunga gestazione: nasce dall’esigenza di percorrere sentieri sonori “altri” rispetto a quelli battuti con gli Hapax, coniugando una certa sperimentazione sonora, per quanto ben inquadrata in determinati dettami di genere (e quindi non nuova in senso assoluto), con l’immaginario germanico e un ben preciso background culturale.

 

Dal nome del vostro duo – ‘Varg i Veum’, ‘Lupo nel Santuario’, che è un modo di dire ‘fuorilegge’, ‘esiliato’ – alle storie narrate nelle canzoni emerge chiaramente il riferimento ai miti dell’Europa del Nord. Perché avete scelto di portare in musica questo immaginario?

Perché il ritorno a una tradizione come quella norrena, con la sua natura elementare, regressiva, embrionale, senza teologia e senza redenzione, rappresenta un momento per ripensare un disegno universalmente umano.

Il mito germanico è un sapere discordante e ramificato, che sembra quasi privo di un centro ideologico, variamente orientato solo alla dissoluzione (vedi il concetto centrale di Ragnarök al quale nemmeno gli Dei possono sfuggire). E tuttavia appare come una religio naturalis, rivelata verrebbe da dire, giacché sia l’Arte che la Ragione sono comunque forme diverse di Rivelazione.

 

Quali sono le fonti poetiche presenti nell’album?

La Saga di Frithiof, il cui protagonista è appunto un Varg i Veum, ma nella versione ottocentesca del poeta svedese Esaias Tegnér, è la fonte di ispirazione centrale dei testi. L’intro dell’album è proprio un estratto del canto XIX. Oltre alla tradizione norrena l’altra grande fonte è rappresentata dalla poesia romantica inglese:  “The Dim Glass” ad esempio è in parte ispirata a una poesia di William Butler Yeats del 1892 intitolata “The two trees” e si appropria di alcuni dei suoi versi, pur non ricalcandone il senso. In “Wolf’s Bane” riecheggiano John Milton (“My race of glory run, and race of shame, / And I shall shortly be with them that rest”), e Oscar Wilde ( “And alien tears will fill for him Pity’s long-broken urn, For his mourners will be outcast men, And outcasts always mourn”), mentre “Briars” ha una traccia di “The Garden of Love” di William Blake.

 

E le ispirazioni musicali?

In tema di profanazioni, ma senza voler offendere le “divinità”, una grossa influenza sulla nostra musica l’hanno sicuramente esercitata i Dead Can Dance. Loro, più di tutti a parer nostro, hanno saputo unire in maniera magistrale il folklore tribale alla liturgia del Medioevo. È quella solennità rituale che volevamo, in una certa misura, tentare di ricreare, declinandola però in uno stile forse più moderno, con l’utilizzo massiccio dell’elettronica, perché un messaggio dalla valenza davvero universale deve comunque mostrarsi ben radicato nel proprio tempo anche da un punto di vista stilistico.

 

Ritornando al “lupo nel santuario”, trattandosi di un sacrilegio che porta all’esilio e usando questa come metafora del presente: vi sentite degli “esiliati”?   

Il contesto storico-sociale in cui viviamo è estremamente disarmonico, per cui spesso si ha l’impressione di occupare un posto “impossibile” nel mondo. Non vogliamo andare a parare al discorso della desacralizzazione dell’Arte quando diventa merce perché ci sembra abusato e, se vogliamo ovvio, obbligato ( addirittura il jazz al tempo era stato definito un “amalgama di marcia musica da salotto”, “un precipitato di convenzioni accumulate”). Piuttosto ci spaventa una certa passività del pensiero, il subire superficialmente certi (strabordanti) input senza nessuna ricerca personale. Una grande tenebra gnostica attraversa il mondo e di qui il concetto di esilio.

Trovo estremamente interessante l’operazione che unisce il linguaggio poetico alla musica. Da questo punto di vista, il vostro è un album che appartiene al genere coldwave, inserendosi, tuttavia, in una lunga ‘tradizione’ che va dal metal al prog. Come avete lavorato per amalgamare sonorità e contenuti?

Il processo creativo deve essere “naturale” altrimenti la forzatura si percepisce, inevitabilmente, a scapito della componente emozionale. I riferimenti, sia sonori che contenutistici, sono stati sempre ben presenti, ma all’inizio, ad esempio, avevamo provato ad incorporare più elementi folk e medievali con risultati artefatti e poco spontanei. Ad ogni modo non abbiamo un nostro decalogo per la composizione: a volte viene prima il testo come nel caso di “Wolf’s Bane” che rappresenta un po’ la summa concettuale, altre la musica come in “Seafarer”. Quando riusciamo a emozionarci per un provino allora capiamo che può essere buono.

 

Le vostre bellissime voci si alternano e si fondono nel canto creando, insieme ai synth, alla drum machine e alle percussioni, un’atmosfera di forte impatto. Quanto vi ha aiutato essere una coppia, non solo nella musica ma anche nella vita?  

C’è una grande complicità e una grande condivisione tra noi e questo ha senz’altro aiutato e crediamo si avverta nei nostri brani. Abbiamo sempre preteso l’uno dall’altra un dialogo aperto e onesto, nel bene e nel male, e chiaramente creare musica insieme, in uno studio che è sotto lo stesso tetto domestico, dato che l’album è stato concepito, arrangiato e mixato in home recording, moltiplica le occasioni di discussione che possono di tanto in tanto degenerare in confronti più o meno accesi (e senza via di fuga).

 

L’album è uscito a inizio 2024 … Forse è presto, ma ve lo chiedo lo stesso: progetti per il futuro?

Al momento non guardiamo troppo in là nel tempo. Cerchiamo di goderci il presente, ma senz’altro vorremmo portare in giro il nostro progetto perché le performance live rappresentano un elemento basilare proprio del nostro modo di vivere la musica.

 

Be’, che dire, se non grazie e: non vedo l’ora di vedervi live!

Lady Vardalek:
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