Esce quest’anno The Black Maria, il nuovo lavoro degli Attrition: il gruppo fondato a Coventry da Martin Bowes un imbarazzante numero di anni fa, a detta di molti, ha fortemente contribuito allo sviluppo della musica ‘industriale’ così come oggi la conosciamo. Gli Attrition non si sono mai allontanati dalla scena musicale che hanno concorso a creare e si sono sempre distinti per un’attitudine sperimentale che li ha resi inimitabili ma anche, alla fine, non popolari come avrebbero meritato. In realtà, The Black Maria ha tutti i requisiti per essere apprezzato, grazie ad un’ispirazione ricca e varia, scenari cupissimi ma coinvolgenti, oltre alla presenza di ospiti speciali che partecipano soprattutto in veste di vocalist ad alcuni degli episodi dell’album. La sorprendente apertura di “The Promise” anticipa un’atmosfera sì oscura, ma tesa e pulsante, articolata lungo un ‘martellio’ ossessivo abbinato a un disordinato flusso di voci, per lo più sussurrate, che ripetono ‘be silent’ in varie tonalità: l’effetto è, onestamente, piuttosto inquietante e, anche se il tutto non dura che poco più di un minuto, è utile per predisporre a un ascolto particolare. Si passa quindi alla bella “The Great Derailer”, uscita come singolo, che propone uno paesaggio sinistro e davvero ‘gotico’, esordisce con la solennità di un piano e prosegue affannosa quanto enigmatica, con la bizzarra combinazione delle voci che gioca, forse, il ruolo principale; di “The Switch”, le note iniziali di piano a cura di Annie Hogan risultano fra gli elementi più emozionanti, ma la ritmica accelera e si orienta verso un variegato contesto ‘industriale’ ipnotico oltre che ansiogeno, soprattutto di forte incisività. “The Pillar II” segna, però, un cambiamento di rotta, con un arrangiamento ‘classicheggiante’ ma ricco di vibrazioni che ‘incornicia’ la parte canora in stile operistico mentre “The Alibi”, anch’essa uscita come singolo, rappresenta l’episodio più sperimentale, a cominciare dal carillon all’inizio – richiamato nel finale – per continuare con il complesso e affascinante amalgama strumentale, ove la congerie di voci – fra le quali spicca quella di Yvette Winkler dei Vaselyne – sembra confusamente ondeggiare. La vena sperimentale permane nella seguente “The Reprisal” che, oltre, appunto, a riprendere il ‘be silent’ del primo brano, abbina note elettroniche penetranti, rumorismi inquietanti e un tetro violino. Infine, le sonorità ‘industriali’ e il piano di “The Zero Hour” e l’angosciante combinazione di elettronica dura e voci tormentate nella title track concludono degnamente un disco pregevole e ispirato che ci sentiamo di raccomandare.