Ci sono gruppi che si limitano a citare pedissequamente modelli acquisiti, altri che da questi traggono ispirazioni, principi, nutrimenti. Una schiera d’élite che si eleva sull’altra, ben più folta e rancorosa.

Apre magnificamente Fading into this Grace, terzo sigillo apposto dal complesso romano ad una carriera ad oggi impeccabile, l’epica sfavillate di “Rendez-vous”, volo radente a la A Flock Of Seagulls che nella porzione finale cala sui Campi Elisi ove giacciono le anime tormentate ma giuste dei Padri Fondatori, ed è il primo deciso passo d’un cammino che segue un percorso netto, assai determinato. Il suono è perfetto, così sarà per tutto il disco, ogni strumento fa udire nitida la sua voce, accompagnando l’ispirato canto del narratore Daniele De Angelis, “Another Grace”, il singolo che ha anticipato l’opera (patrocinata ancora una volta da Manic Depression Records), è fin d’ora da annoverare tra i classici del genere, “No contact – Red Zone” avanza invece più compassata assumendo pose solenni, palesando contegnoso distacco, ove in “This affection” si indugia su temi armonici più lineari, anche se per nulla esili (il suono di Fading… è assai corposo). “No need to define” possiede una tramatura più complessa e veste le liriche d’abiti luttuosi: ancora una volta è il basso a delineare rette melodiche severe, alle quali s’aggiungono la chitarra e la batteria; epilogo che avvolge di tenebre le nostre anime, soggiogate da tanta rigorosa grazia. Nella quale perdersi, prima che il quotidiano si prenda gioco di noi, “Useless love” fluttua nell’aria rarefatta dal gelo, ma una luce, uno spiraglio s’apre, anche se non riusciamo ad individuarne l’origine. Si ponga ancora attenzione alle melodie, che intarsiano ognuno dei nove episodi del quale l’album si compone, come nell’ariosa “Carmilla” pregna d’umori ottantiani ed ove la chitarra si ritaglia un ruolo da protagonista: afflati pop senza essere tediosi, gran pregio. “The privation” (ospite Simona Ferrucci/Winter Severity Index) tiene fede al titolo, canzone claustrofobica che si sviluppa lungo tre minuti e poco più liricamente inquietanti, precedendo “The line” la quale chiama a raccolta tutti e quattro gli elementi che, amalgamandosi fra loro, compongono questo affascinate quadro sonoro. In piedi, sul palco, prima che il sipario cali alle loro spalle e le luci si spengano, lasciando intravedere solo tremolanti sagome. E giova non poco l’attenzione riposta in Fading into this Grace da William Faith, essendo l’ex (no, l’elenco non serve!, egli e è tutt’ora attivissimo e testimoniare solo il suo passato renderebbe lui torto)  responsabile della masterizzazione di un disco frutto delle intuizioni di un complesso che potrebbe limitarsi ad eseguire il compito assegnatoli per casa. Ma non lo fa, e mai disubbidienza fu più propizia. Chiusura perfetta d’un cerchio (perfetto anch’esso).

I Date At Midnight sono:

Daniele De Angelis (voce)

Pasquale Vico (basso e synth)

Francesco Mignogna (batteria)

Manuel Mazzenga (chitarra e synth)