Seguire le numerose ‘manifestazioni’ del poliedrico Alexander Leonard Donat è diventato un vero e proprio lavoro: è uscito in questi giorni Decay is Present, album del progetto Feverdreamt, dietro il quale si cela, ancora una volta il musicista e produttore berlinese e forse, fra tutti, quello più intriso di oscurità e mistero. Benchè si sia appropriato, in particolare ai suoi inizi, di sonorità esotiche e lontane, Feverdreamt si colloca, sul piano dell’ispirazione, nella vasta area del neo/darkfolk con molti riferimenti rituali e misticheggianti: le atmosfere sono rese solenni e, a dire il vero, anche parecchio inquietanti, da note di organo che evocano visioni di tetri e polverosi siti sacri fra le cui ombre qualsiasi apparizione può occultarsi; le intense ma accattivanti tonalità vocali di Vlimmer hanno ceduto il posto a un canto più profondo e, talvolta, più remoto, che sa esprimere efficacemente stati d’animo impenetrabili e arcani. “Decay is Here”, che apre il disco, sembra avere lo scopo di introdurre questo viaggio, la cui meta, tuttavia, nell’immediato non si intravede: suoni elettronici gravi e, decisamente, anche un po’ lugubri fanno da sfondo al canto cupo e monocorde mentre il ritmo cadenzato e una tristissima chitarra sottolineano l’attitudine inquieta e sconsolata, ma l’effetto è davvero suggestivo. Subito dopo, la bellissima “The Count”, il primo singolo, si addentra in atmosfere folk a tinte estremamente dark, in cui l’organo basta già a definire il mood cerimoniale e la voce può paragonarsi a quella di un officiante, a tratti accompagnato da un coro sacro: vanno però menzionati anche gli straordinari arpeggi di una tormentata chitarra. L’altro singolo, “The Wallowing (Die Another Time)”, nonostante la significativa presenza dell’organo, si sposta dalla ritualità alla semplice malinconia e dal canto traspaiono soprattutto pathos e affanno: nella seconda metà si conosce però una sferzata ritmica che allude a un vivace contesto postpunk. Poi, “The Stream” torna al clima sacrale con la ‘benedizione’ dell’organo e il finale a effetto, mentre “It Will Straighten Itself Out” opta per sonorità di maggior respiro con ampie variazioni, benchè l’ipnotico canto irradi, una volta di più, principalmente malinconia. Delle restanti tracce menzioniamo la conclusiva “When it’s too Late to Bail” che chiude con note elettroniche più luminose e meno opprimenti, tonalità canore solenni ma un po’ meno fosche e un finale straniante e abbastanza estroso un disco davvero notevole.