Avevamo, a suo tempo, segnalato Silent Places, il debut album di un progetto che è parso fin dal principio degno di nota. Provenienti da Oakland – come il supercompianto Luis Vasquez (The Soft Moon) – Keven Tecon, Adam Beck e Nick Ott evitano di ricalcare lo stile che quest’ultimo ha contribuito a lanciare e a rendere speciale: nel loro nuovo lavoro, Within/Without si riscontrano spunti e tendenze diverse, in ogni caso riconducibili ad atmosfere oscure e inquietanti, dove ritmiche di stampo ‘industriale’ generalmente energiche si uniscono all’ispirazione darkwave e alla voce carismatica mai priva di un tratto accattivante di Tecon che, comunque, in passato con The Soft Moon ebbe parecchio a che fare… bei tempi. Ma torniamo all’oggi: l’opener “Strange Temptation” dilaga con la sua ritmica nervosa e scattante, più vicina a un paesaggio ‘industriale’ che a un freddo clima wave, benchè il synth faccia sentire la sua presenza con efficaci ‘ghirigori’ e il canto di Tecon opti per tonalità avvolgenti, creando un singolare contrasto con i suoni molto ‘sostanziosi’. Subito dopo, la title track procede incalzando quasi con aggressività, per tratteggiare scenari fra l’industrial e l’electro, mentre in “The End of Me” l’ospite di prestigio Douglas McCarthy dei Nitzer Ebb in un certo senso fa la differenza, riportando l’equilibrio fra le sonorità ‘esagitate’ e una parte vocale sicuramente inquietante ma, a suo modo, melodica; “New Decay” sceglie invece una vivace formula rock. Troviamo quindi la bella “The Depths You Hold” in cui il contesto è più pacato, il ritmo più lento e nell’atmosfera prevalgono oscurità e ombre palpitanti; anche la successiva “Flesh Techniques” appare decisamente orientata verso scenari assai tenebrosi, dominati dalla ritmica intensamente tirata, abbinata a tesissime tonalità vocali mentre in “Deserve” si apprezza il contributo canoro di Mariana Saldaña che conferisce un tocco ‘latino’ forse non del tutto indispensabile. In chiusura, “Pisces” accoglie la vena darkwave con tutti i più classici dei suoi canoni, diffondendo gelo e mood notturno, “Serpent Coil” privilegia gli aspetti più cupi, sfruttando suoni elettronici abrasivi e penetranti mentre la finale “Sightline” è forse l’unica che si avvicina in qualche modo allo stile di The Soft Moon, del quale ripropone l’andamento serrato, i campionamenti e la sensazione di infinito tormento che ce lo aveva reso così caro, e conclude fra buio e cattiveria un disco cui riteniamo si possa dare ben più che una chance.