“Il Tempo è dalla loro”, così chiosai la recensione di “Songs for sad and angry people”. Il Tempo. Era l’aprile del 2020 ed ora, a quattro anni di distanza (dalla recensione, “Songs…” venne pubblicato nel 2019), irrompe Undeclinable ways, il quale si apre con la veemente “Pitiful end” retta da una sezione ritmica granitica e subito seguita da “Prisoners” che possiede le stimmate del classico. Metto in pausa il lettore e riprendo quanto affermai allora, le potenzialità si intuivano, i margini di progresso erano ampi, dovevano solo trovare una loro collocazione precisa. Uscire dall’alveo di comodo. L’hanno fatto.

Undeclinable ways è ancora una volta un disco che si adatta a questi Tempi (sempre lui, il Tempo) di stirpi tristi ed arrabbiate, fors’anche rassegnate. Alle quali i PR non s’accodano, tutt’altro, e da quel preciso punto (di non ritorno, perché la rassegnazione porta al peggiore degli epiloghi) che essi edificano il loro energico, impertinente muro del suono.

Il Tempo ed il wall of sound e quella che (un Tempo…) definivamo attitudine. Eppoi l’intestazione, Partinico Rose, ponte ideale fra la loro magnifica Terra ed Albione che è la loro naturale destinazione. Perché anche il nome ha il suo peso. Pronunziatelo scandendolo con cura: Partinico Rose, magnifico. (Cool?) Britannia ove hanno trovato casa, venendo ammessi con pieno diritto al roster della Earache Records che, se deve le sue fortune alla genesi letterale di un suono, di un “genere”, da anni ha ormai allargato lo spettro d’azione inglobando complessi di diversa natura. L’aspirazione internazionale legittimata da dieci magnifiche canzoni, fra elementi furiosi (“Crazy shard”, “Tragedy”) ed altri ove emerge una disillusa discrezione (non si cede mai al debole sentimento) sottolineata dall’intervento del violoncello dell’ospite Martina Monaco, la quale merita la stessa collocazione della line up ufficiale, come “Pettiness” che si muove in equilibrio perfetto tra delicatezza e rabbia, con il basso che ci prende per mano e ci indirizza all’epilogo accovacciandosi su d’un tappeto quasi smithsiano, o come la title track ove tra le pagine ingiallite d’un diario si rinvengono ricordi cureiani. Un solidissimo trio che ha acquisito maturità e fa dell’amalgama, dell’interazione perfetta ulteriori qualità che si rilevano decisive nella definizione di un suono di portata (mi ripeto) internazionale. Vincenzo Cannizzo, chitarra e voce, Massimo Russo, basso e Carlo Schembari, batteria, decuplicano le loro forze, allargano lo sguardo alle praterie infinite del Midwest (“Unrequited love”), s’appropriano con rispetto (non ossequioso, questo tre ragazzi possiedono fiero carattere) degli insegnamenti dei tanti che li hanno preceduti, di quelli che hanno vinto, non di quelli che si sono arresi (“The hard competition”); “Rebuild” opportunamente adottata come primo singolo poggia sull’ottima dinamica strumentale, brano energico costruito su una frase che si avvolge su se stessa, impatto radiofonico assicurato, chiude la dolente ballatona “Enter” che nel suo tessuto incorpora elementi di contatto con il goth rock, finale appropriato d’un disco che ascolterò ancora, fino allo sfinimento.

La stampa musicale inglese, che ancor oggi detta le linee ed anticipa tendenze, definisce oggi “post punk” quella genìa di insiemi che fanno di questo suono il loro modello espositivo. I Partinico Rose sono già lì, pronti, non possiamo non tenerli in considerazione. Non mi stupirei di vederli su un palco del Primavera, il prossimo anno…