Atalanta Fugiens, l’ultimo album della Camerata Mediolanense, è un’opera complessa, ispirata e di forte valenza culturale, come è tipico di una band che, in tutta la sua produzione – e sempre con eclettismo e passione – si è posta l’obiettivo di creare la fusione unica e perfetta di passato e presente, cioè una musica che riunisca in sè saperi vecchi e nuovi e risuoni con la maggior profondità emotiva e intellettuale possibile. Di questo lavoro, sappiamo che si richiama al libro degli emblemi Atalanta Fugiens, pubblicato nel 1617 e redatto dal medico, musicista e alchimista tedesco Michael Maier: cinquanta discorsi filosofici, cinquanta incisioni e cinquanta fughe musicali a tema alchemico, ispirati alla figura di Atalanta, personaggio mitologico di grande significato ripreso da molti artisti anche in epoca moderna. Lo scritto di Maier è stato lungamente oggetto di studi accurati da parte del gruppo, che ne ha quindi tratto qualcosa di diverso, scegliendo alcuni degli emblemi e abbinandoli a musiche del tutto nuove, in cui di certo sono presenti, da un lato, l’amore per la classicità che lo ha sempre contraddistinto e dall’altro l’abilità di introdurre strumenti e sonorità attuali: l’operazione, sotto la dotta gestione di Elena Previdi, ha dato ancora una volta risultati pregevoli. Nella prima traccia, “Embryo Ventosa” sono impegnate le tre voci femminili, Carmen D’Onofrio, Chiara Rolando e Desirée Corapi che, a volte singolarmente e a volte in coro, intonano come vestali in un antico rito le enigmatiche parole latine dell’epigramma 1, accompagnate da un affascinante sistema di percussioni dal sapore primitivo e da una melodia elettronica pregnante. Subito dopo, “Rosetum” propone un contesto musicale più composito, dove la ritmica tribale rimane uno degli ‘ingredienti’ di un amalgama assai più ricco e animato da varie combinazioni canore, oltre che da uno spoken word in italiano con alcuni dei versi dell’Emblema 27; la splendida “Rupe Cava”, con la bella viola suonata da Giovanna Scarlato e l’andamento dolcemente cadenzato, fa riferimento alle parole dell’emblema 7, cantato nella più poetica pluralità di voci. Poi, “Corallus” incede in modalità risolutamente scandita, quasi marziale, mentre la melodia minimale consente alle voci – qui singole, là corali – il massimo rilievo nel pronunciare l’incisivo testo dell’emblema 32 di Maier; “Hermaphroditus” riprende invece l’emblema 33 che viene reso musicalmente in puro stile neoclassico, con tanto di clavicembali e corni e una parte vocale complessa, basata sull’alternanza di voci maschili e femminili, come a rispecchiare il binomio tra due opposti – l’elemento maschile e quello femminile – che rappresenta la sostanza dell’ermafrodito. Quindi, “Victor quadrupedum”, dedicato all’emblema 16, non è che un breve, malinconico intermezzo di poco più di un minuto che introduce al brano seguente, “Mercurius”, di certo uno dei più belli che, pur fedele omaggio, per arrangiamento e strumentazione, alla tradizione classica, sfodera una carica impetuosa, una sorta di ‘mare’ di suoni mirabilmente ‘cavalcato’ dalle voci maschili e femminili abbinate e/o sovrapposte in modo stupefacente. Meritano la menzione anche “Draco”, dedicata all’emblema 50 e densa di fastose sonorità elettroniche che lasciano solo uno spazio ristretto alle liriche e la conclusiva “Alta venenoso”, connessa allo stesso epigramma, che ci regala un tripudio di delicate e seducenti voci da soprano in uno scenario di suggestiva arcaicità, una sorta di mondo perduto, vivo esclusivamente nella poesia e nella bellezza che la Camerata Mediolanense sa donare a piene mani.