Giancarlo Malacarne: Il lutto e il nero – Rituali e dinamiche della morte tra Medioevo ed Età Moderna

Oligo Editore/Il Rio srl

2021

www.oligoeditore.it

Pagine 304

Euro 25,00.-

Si astengano necrofili, indagatori dilettanti dell’occulto, affetti da fantasie morbose.

L’Autore è autorevole storico e giornalista, direttore della rivista d’arte, storia e cultura “Civiltà Mantovana” ed intesta una lista rilevante di titoli che hanno in Mantova, la sua Città, il punto di riferimento.  Non poteva mancare un’indagine accurata e severa che riguardasse il fatal atto, il distacco dal mondo dei vivi. È la corte Gonzaghesca a fornire l’atto, la materia dell’indagine accurata, condotta con stile accademico ed a tratti inevitabilmente pedante, ma è nell’ordine di Opere come questa. Regnanti e discendenti, affiliati di vario genere, ambasciatori ed incaricati sparsi nei palazzi del potere italiani ed europei, essi sono i protagonisti (loro malgrado se trapassati) ed i testimoni (in presenza o per voce di altri) di esequie spettacolari, estremi saluti a celebri, potenti o meno.

 

Perché quanti vi partecipano, invitati o coartati, siano essi Nobili (più per far notare la loro presenza, il peso di essa che altro) ovvero poveracci (i mendicanti arruolati per l’occasione, il codazzo di piagnoni e prefiche), appartenenti ai vari gradi del Clero, illustri o sconosciuti, debbono serbar nella memoria la pompa, l’esibizione finale di forza: chi abbandona la Vita, chi abbraccia (od ha abbracciato, sovente le cerimonie si svolgevano giorni e giorni dopo il decesso, e non oso immaginare le conseguenze…) la Morte deve venir ricordato, per quello che durante la propria (più o meno gloriosa) esistenza ha compiuto. Tramandare ai posteri, a chi rimane, sopra tutto al popolino, ma come monito anche alla Aristocrazia, il ricordo del potens, che non intende certo abdicare, pur se ormai Morto, al proprio status. L’elevazione di impressionanti castrum doloris, riti infiniti perfino estenuanti, pompe inaudite, protocolli curati nei minimi dettagli, partecipazioni oceaniche (per le epoche), si attraversano i secoli ma poco muta. Nelle vesti (etichette severissime imponevano colori e fogge), nei materiali, nelle divise, nella gestualità affettata, nelle orazioni di Cardinali o Vescovi. Lo stuolo degli armati, le parrocchie, i borghi. E loro, i congiunti che già tramavano tra essi per la successione, per la spartizione dell’eredità. L’Anima e le Ossa. Spesso affidate a sepolcri ove le spoglie scendevano, che in più d’un fatto mai diedero loro ricetto, sovente destinate, per l’incuria, per effetto della Natura, ad essere disperse, mai più ritrovate. Cenotafi e nicchie sepolcrali abbattuti come i Templi che le ospitavano, magari per lasciar posto a nuove costruzioni, a viali, quartieri, oppure semplicemente dimenticate, sovente violate, spogliate, saccheggiate da mani avide. Destino beffardo? No, la Morte tutti accumuna, raggruppa. Polvere ed un mucchietto d’ossa scomposte.

Morti nel pieno della giovinezza, ovvero quando gli anni avevano già operato su mente e corpo con implacabile indifferenza, stesso destino riservato al creso come al disperato, in battaglia o nel talamo, assistiti da pochi cari (più o meno interessati). Ferite o malattie curate con metodi che oggi sappiamo inutili se non esiziali, terrificanti nelle conseguenze (l’amputazione dell’arto di Giovanni De Medici, i salassi praticati con ignorantissima disinvoltura da riconosciuti luminari della medicina), ma anche (pochi) ultimi respiri nelle serenità della vecchiezza. Poi il corpo viene affidato ai cerusici, agli imbalsamatori, a coloro che lo devono affidare, il più intatto possibile, al regista delle esequie, il quale non deve fare altro che seguire il protocollo ed ottenere un esito se possibile più spettacolare dell’ultimo accadimento registrato. Una (macabra) rincorsa all’effetto, alla stupefazione che si deve provocare.

Nulla è cambiato. Ancor oggi, nel pieno di un Evo che dovremmo rinominare, ma come?, i potentes vengono celebrati sopra tutto nel momento del fatal commiato. Alle file di carrozze bardate in beretino, si sostituiscono automobili costosissime, carri funebri che vorrebbero richiamare quelli trainati da focosi palafreni. Poi il ricordo è destinato a svanire, a venir accantonato più o meno in fretta. Tanti in Vita si credettero onnipotenti, e dopo pochi mesi dalla discesa nella Terra sommariamente dimenticati. Sono il Tempo e la Storia a dividere i meritevoli dagli esecrabili. Dei quali insiste il ricordo, ben poco onorevole, dei gretti e dei miserabili che in essi si riconobbero ed ad essi ed alle loro inclinazioni si uniformarono.

Il ricorso alle abbondanti fonti dirette se da un canto appesantisce la lettura dall’altro ci fornisce notizie di prima mano, consentendoci così di penetrare i misteri della Morte e dei cerimoniali ad essa connessi. Che tali devono rimanere, serbati nella Memoria dei secoli.

Voi vedete, tutti dobbiamo morire

 

Giovanni Gastone I, GranDuca di Toscana