Stavolta Annie Clark fa tutto (o quasi) da sola. Il settimo disco in carriera lo produce in prima persona, si occupa di tutti gli strumenti, ovviamente lo canta. Poi ci sono gli aiutini illustri, ma All born screaming fa mostra di sfacciata indipendenza. Gli amici servono, perché no, è bello chiamarli a sé ed inserirli nella lista degli invitati, per fare bella figura in società. St. Vincent è cresciuta, ha dato una rispolverata in casa con “Daddy’s home”, apre il nuovo disco con lo splendido affresco pop di “Hell is near”, titolo e contenuto sonoro ossimoro di un disco che spicca per personalità, ma anche per forma, emergendo a tratti la sensazione di trovarsi dinanzi ad un disco ponderato in ogni suo dettaglio. “Reckless” e “Broken Man” (l’inizio, attenzione all’inizio, chi vi ricorda? Dai che lo sapete!) sono gli spigoli contro i quali sbatti al risveglio mattutino, “Flea” con quel bassista membro (?) di quel complesso incline alla nudità condivide solo l’intitolazione ed esibisce una struttura multiforme, muscoli e sentimento, come nella precedente è DGrohl a sedersi dietro alla batteria (Freese invece s’occupò delle percussioni nella citata opener), “Big time nothing” utilizza porzioni sintetiche ed esibisce con sfrontatezza un ritmo concupiscente e funkettoso, dal vivo (ho ancora ben impressa la sua esibizione al Primavera dello scorso anno, memorabile) non potrà mancare, una performer come SV sa come sfruttare questi episodi. Cate Le Bon (un’altra stellina che adoro trasmettere) coadiuva alla produzione, come su “Sweetest fruit”, le due sono (quasi) coetanee, e l’intesa è immediata, eccola suonare il basso in “The power’s out”, ma torniamo sui nostri passi, a “Violent Times” che cita la divina Goldfrapp e s’adagia su atmosfere alla John Barry/James Bond/007. “Power’s out” è elegia gotica metropolitana (“…praying gothic said I just remember being happy/and “ladies and gentlemen do remember me smiling”/the queer on the train said as she/jumped off the platform…”), che si consuma nel sussurro che si spegne su un opulento tessuto strumentale, “Sweetest fruit” passa via veloce, leggera leggera, ma non lasciatevi ingannare che subito la chitarra vi riporterà al presente, è un bel gioco, la maturità ed il rispetto acquisiti le permettono di esibire anche numeri come questo, o come la filastrocca sbilenca di “So many planets” con quei coretti che solo gli americani sanno architettare; poi la title-track (esplicito il “feat. Cate Le Bon”, che vi dicevo?), il brano più lungo che sfida le convenzioni radiofoniche e che, per la sua organicità, merita l’impegnativo compito. All born screaming è un bel disco. Poi i soliti faranno gli schifiltosi, ah!, il mainstream, peggio o per loro, mica dobbiamo salvare l’umanità dalla grigia mediocrità.

PS: il finale di “All born screaming” è meraviglioso, un crescendo da celebrazione corale che vi costringerà ad alzare il volume.