E’ giunta al terzo lavoro Keeley Forsyth, attrice e musicista britannica che si sta conquistando uno spazio sulla scena dark grazie a uno stile cupo e introverso, caratterizzato, fra le altre cose, da una voce talmente profonda e ricca di sfumature da divenire, in poco tempo, immediatamente riconoscibile. Forsyth ha iniziato la sua carriera come attrice negli anni ’90 e ha debuttato come musicista con l’album Debris nel gennaio 2020: molte le critiche positive da parte degli addetti ai lavori, anche se, fino ad oggi, la sua produzione è rimasta decisamente di nicchia. La sua ‘cifra’ musicale include elementi di folk, avant-garde e minimalismo e, in effetti, è stata spesso paragonata ad artisti come Scott Walker, Anohni e Nico. The Hollow, uscito quest’anno, ha attirato la nostra attenzione: molto vicino, per sonorità, a una formula dark folk intensa e dolorosa, ma non priva di passaggi sperimentali e definita da un uso davvero brillante dell’elettronica, il lavoro contiene dodici brani tristi quanto inquietanti, eseguiti per lo più con un pathos che spesso risulta straziante. L’opener “Answer” esordisce con la particolarissima voce che introduce il più lugubre degli scenari e spicca su un arrangiamento minimale dal sapore arcaico: una nenia dolorosa che dilaga lentamente, senza mai mortificare la bellezza. Subito dopo, la title track opta per una coralità più dolce, tonalità vagamente ipnotiche, scandite da una ritmica tribale, e suoni più complessi, mentre in “Come and See”, dedicata a una figura familiare molto cara, prevale il dramma, sottolineato dagli archi stridenti e dalla parte vocale dolente; “Eve” si cimenta in una melodia intensa e piena di pathos impreziosita da toccanti archi. C’è quindi uno dei brani più distintivi e ‘riconoscibili’, “Turning”, ove il canto, divenuto strumento dalle mille sfaccettature, si fonde con l’espressivo sax di Colin Stetson generando effetti indescrivibili e “A Shift” combina spoken word e parte cantata con una pregevole trama elettronica; poi, bypassata la malinconica uniformità di “Slush” e il lento e meditativo andamento di “Drag Me Down”, troviamo la lirica “Do I Breathe” con tonalità vocali bellissime abbinate alle struggenti tastiere. Delle restanti tracce, menzioniamo “Horse”, reinterpretazione di una composizione di Mihály Víg, che colpisce per lo scenario lugubre creato dall’organo, ove il tetro canto domina incontrastato, e la conclusiva “Creature”, oscura ballata al piano resa straziante, ancora una volta, dal pathos della voce.