Conosciamo il nome di Ignazio Mele per la sua militanza nei Lacrime di Cera, gruppo italiano che, negli anni ’90, avrebbe di certo meritato maggior seguito ma non ha che rilasciato una piccola stella nel nero firmamento della scena dark italiana, intitolata La vanità del sangue. Lacrima Noir è il progetto sorto, a cura del solo Mele, dalle ceneri dei Lacrime di Cera e L’attesa che uccide è il suo album, uscito di recente sotto l’egida di SDN. La musica di Lacrima Noir fa sicuramente capo alla classica tradizione darkwave, si colloca nella sua area più oscura e più nobile e ha un seducente profumo di passato che ci fa risalire indietro di molti anni, fino al periodo d’oro dei Diaframma. Intendiamoci, L’attesa che uccide non ha il minimo sentore di stantio né si allinea con lo sterile atteggiamento imitativo proprio di gran parte del cosiddetto postpunk revival: è un disco che sa di tristezza profonda e di lacrime trattenute e racconta pensieri di infelicità, inadeguatezza, forse, e soprattutto di un romanticismo cupo e decadente … brani palesemente nati entro un’anima ipersensibile e destinati a spiriti affini o, comunque, in sofferenza; i testi, scritti per lo più dallo stesso Mele, sembrano echeggiare il languore e/o il tormento dei poeti maledetti. La prima traccia, “Michelle”, è l’introduzione perfetta all’atmosfera che domina nell’intero lavoro, come dimostra anche il bel video, creato da una selezione di immagini dal film Rapsodia Satanica di Oxilia: non a caso un omaggio a quel cinema muto che più rappresenta l’estetica decadente tanto cara al nostro; la parte visuale, tuttavia, non prevale sulla suggestione della musica, piano e chitarra in primo piano per una melodia talmente fosca da risultare vagamente lugubre, mentre le liriche, che descrivono tutto lo strazio di una coscienza dimezzata e il logorio di un’attesa che, appunto, uccide, feriscono come lame di un coltello. Nella seguente “Düsseldorf Noir” irrompono sonorità assai più ‘cattive’, animate da un grandissimo impeto drammatico: l’andamento si fa convulso, le tonalità vocali angosciate e la voce infantile all’inizio e alla fine sembra proprio richiamare la classica vicenda noir del Mostro di Düsseldorf cui il titolo fa presumibilmente riferimento; “L’Azzurro Silenzio”, il cui esordio cita le parole della poesia di Giordano Bruno Verso altri mondi, sullo sfondo di musica sacrale, è una piccola gemma illuminata da una liquida chitarra wave, che evoca immagini ‘aeree’ pervase di malinconia. Troviamo quindi la nuova versione di “Cenere” – brano risalente ai Lacrime di Cera – ove, nel ‘pianto’ di una solitaria chitarra, comprendiamo il reale significato del termine ‘gotico’ e dopo, bypassate le sonorità ‘inattuali’ di “A Lume Spento” e la ‘morriconiana’ “Vespero”, la febbrile “Le Viole” restituisce un paesaggio movimentato, ma di certo non allegro: un fuggevole momento, giacchè, poi, la splendida “L’Attimo morto”, pur mantenendo una ritmica sostenuta, torna all’attitudine drammatica – ‘sparirò nel vuoto di un attimo morto’ – e a suoni affilati come spade, con parole che sanno esprimere la nausea di vivere come poche altre. La conclusiva “Visioni Alterate”, tetra ballata cadenzata e solenne, chiude a tinte scurissime un album necessario.